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L'Italia piange i morti di un'altra strage sul lavoro.
Non tutte le lacrime sono sincere.
A Mineo, provincia di Catania, sono morti in un incidente sul lavoro sei uomini, di cui quattro dipendenti comunali.
Stavano pulendo una vasca di depurazione. Li hanno trovati abbracciati. Alcuni sono morti nel generoso tentativo di soccorrere i colleghi rimasti per primi intrappolati. Di questi morti si parla perché una strage di massa non può essere occultata. Vogliamo ricordare che ogni giorno in Italia tre vite si spengono per incidenti sul lavoro. Migliaia di morti, ma anche di feriti e invalidi, un record ben triste che colloca l'Italia al primo posto in Europa. Come al solito politici e imprenditori fanno le facce tristi ed esprimono cordoglio.
Il sentimento di umana pietà per le vittime e di solidarietà per i loro familiari e amici richiede però ben altre azioni che non comuni parole di cordoglio. E' stridente, infatti, la distanza tra le parole usate da governanti e imprenditori e le loro concrete azioni per impedire altre morti, altre stragi. Queste azioni vanno in direzione di allungare l'orario di lavoro (l'Europa detta il ritmo, volendo consentire un orario settimanale fino a 60 ore) anche incentivando il ricorso allo straordinario. Con che spirito si piangono i morti sul lavoro mentre si fa di tutto per costringere a fatiche supplementari, a rischi aggiuntivi i lavoratori stessi ? Con che spirito si levano grida di dolore mentre si chiede la depenalizzazione dei reati connessi al mancato rispetto delle norme di sicurezza ? Con quale faccia tosta si pretende di migliorare la sicurezza sul lavoro senza mettere un soldo per la prevenzione, senza riconoscere le richieste dei lavoratori, senza potenziare le attività ispettive e di controllo ? Con che intenzione si dice di voler fare gli interessi di chi lavora quando il lavoro è sempre più sfruttato e sottopagato ?
Giriamo queste domande a governanti e imprenditori, ma anche a tanti sindacalisti che nelle trattative continuano a mettere al primo posto astratti "interessi generali" che poi, guarda caso, sono sempre gli interessi dei datori di lavoro e mai quelli dei lavoratori. Giriamo queste domande anche a tutti noi, uomini e donne che stiamo subendo senza reagire una sempre più totale mercificazione della vita, come anche ci mostra l'inquietante episodio dei corpi usati e mutilati nella clinica degli orrori di Milano. Corpi, vite che hanno significato solo in ragione di un profitto. Corpi e vite da immolare sull'altare del guadagno, del "progresso". E' il trionfo dell'economia sulla concreta esistenza di ogni essere umano.
Una via d'uscita c'è e risiede nella capacità, tipicamente umana, di aggregarci, aiutarci l'un l'altro. E' possibile difendere la nostra vita e salute sul luogo di lavoro auto-organizzandoci. Discutendo fra colleghi sulle condizioni di lavoro e pretendendo che il datore di lavoro ponga rimedio ai problemi, costi quel che costi. Guardandoci le spalle fra di noi nelle situazioni di rischio, ma prima ancora invitando i colleghi a non svolgere attività se non ci sono condizioni di sicurezza. Rifiutandoci di mettere a repentaglio la nostra salute e quella degli altri. Denunciando dirigenti e datori di lavoro inadempienti. Insomma, la nostra vita è nelle nostre mani e solo se ne siamo pienamente coscienti possiamo salvaguardarla. Lasciarla nelle mani di chi vuole la nostra pelle non è una scelta sensata.
Roma, 12 giugno 2008
p. il Coordinamento Asbel-Cnl, Marco Ralli