Dopo diciassette mesi dalla scadenza e numerosi (ma spesso rituali e inefficaci) scioperi, governo e sindacati (Cgil-Cisl-Uil-Ugl-Cisal-Confsal) hanno trovato l’intesa sui contratti del Pubblico Impiego.

Ricordiamo tutti che a marzo, quando la trattativa è ripresa, l’offerta del governo era di aumenti del 4,3%. Dal canto loro Cgil-Cisl-Uil chiedevano aumenti dell’8%, per realizzare almeno il recupero sul differenziale dell’inflazione maturato negli ultimi due anni. Per la prima volta, nonostante l’8% rappresentasse una percentuale ancora insufficiente a consentire ai nostri stipendi di recuperare quel 20% di potere d’acquisto perso in dieci anni di concertazione (cioè di accordi fatti all’insegna del contenimento del costo del lavoro con aumenti vincolati ai tassi di inflazione programmata annua), i vertici dei confederali sembravano intenzionati almeno a impedire che gli stipendi dei dipendenti pubblici continuassero a perdere terreno.

Poi, dopo l’ennesimo sciopero, da più parti - in primis Confindustria - sono venute dichiarazioni allarmate sulla situazione economica del paese (mentre lavoratrici e lavoratori già da molto tempo denunciavano che con queste retribuzioni non si riesce più ad arrivare alla fine del mese) ed è così ricominciata la solita litania : “l’economia nazionale è in crisi, occorre rimboccarsi le maniche …”. Tradotto nel linguaggio degli imprenditori significa che vogliono ridurre il costo del lavoro, quindi contenere gli aumenti salariali. Il governo, naturalmente, si è attestato su questa linea, come anche tanta parte dell’opposizione e i vertici di Cgil-Cisl-Uil, non hanno messo in discussione questa analisi. E’ vero, infatti, che le nostre industrie sono meno competitive ma il conto non può essere presentato ancora e sempre a noi lavoratori, che stiamo pagando duramente l’entrata in Europa, con stipendi di gran lunga inferiori a quelli dei colleghi francesi, inglesi e tedeschi.

Perché non si dice che nel 2004 le imprese hanno registrato un boom di profitti? E’ il Sole24ore, giornale degli industriali, che rende pubblici i dati sugli utili delle 200 imprese più grandi: i profitti netti nel 2003 sono cresciuti del 144% !   Ancora : + 44% nel 2004 !

Profitti in euro, stipendi in lire, ecco la verità!

In questa situazione, di fronte all’arroganza di governo e padronato, occorreva mantenere una linea chiara di non cedimento, occorreva una mobilitazione reale di tutte le categorie del lavoro dipendente (anche nel privato si attende il rinnovo di numerosi  contratti), di tutti i settori sociali, precari, disoccupati, pensionati.

Arriva, invece, questa intesa che è un autentico bidone.

Prima di tutto la percentuale di aumento (+5,01%) va depurata. Nell’intesa, infatti, i sindacati firmatari hanno accettato le linee guida del governo che ha chiesto di scambiare una parte di aumento (lo 0,5%) con una crescita della produttività. Tradotto, se per i ministeriali i giornali parlano di 100 euro lordi di aumento medio a regime, 90 saranno effettivi per tutti, 10 andranno a formare un monte salariale da erogare sotto forma di produttività, finalizzata a “pochi e concreti risultati … e soprattutto non viene più pagata a tutti come è accaduto finora “ (Ministro Stanca, il Sole24ore del 28 maggio) (??)

C’è di peggio. Cgil-Cisl-Uil hanno firmato l’accordo in cambio non solo di maggiore produttività, ma di un piano per la mobilità e di nuove regole per la contrattazione (quest'ultima questione è stata per ora stralciata ma costituirà oggetto di trattative a parte). Il governo, infatti, ha adottato un documento sulla mobilità del personale delle pubbliche amministrazioni, che prevede, con il concorso di Regioni e enti locali: 1)  la riduzione degli occupati a tempo indeterminato di 110.000 unità entro il 2007 (di cui 50.000 già "eliminati" nel biennio 2003-2004); 2) la redistribuzione del personale tra gli enti attraverso un piano di mobilità per 50.000 persone.

 

Per i dipendenti pubblici si prepara un futuro all’insegna di maggiori ristrettezze economiche, maggiore flessibilità in entrata e uscita (riduzione delle dotazioni organiche, blocco delle assunzioni, ricorso a esternalizzazioni e rapporti di lavoro precari, possibilità di essere inclusi nelle dichiarazioni di eccedenza e di mobilità). Non era questo, che milioni di lavoratrici e lavoratori si aspettavano. L’accordo,  firmato dai sindacati  concertativi e autonomi, e i piani del governo, spingono al declino le amministrazioni pubbliche, con tagli agli organici che collocano l’Italia molto dietro paesi come la Francia e persino gli Stati Uniti nel rapporto cittadini/per dipendente pubblico, disincentivano il personale che rimane sottopagato e non valorizzato professionalmente.

Le politiche di liberalizzazione delle aziende pubbliche portano allo smantellamento dei servizi, favoriscono logiche privatistiche con l'unico obiettivo di ottenere profitti risparmiando sul “costo del lavoro". Soprattutto, questa intesa dimostra ancora una volta che è urgente costruire una alternativa democratica e partecipata alla rappresentanza e al monopolio di Cgil-Cisl-Uil.  Roma, 30 maggio 2005.

 

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