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Come deciso nella Assemblea Costitutiva del Patto Federativo è avviato un dibattito sul programma e le caratteristiche della nuova organizzazione che si costituirà dal processo di unificazione avviato dal Patto Federativo CNL-SINCOBAS-SULT.
LETTERA DI PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTO “SINDACATO UNITARIO LIBERTARIO”
Il Coordinamento della CNL ritiene che il percorso di unificazione avviato dal Patto federativo, al fine di pervenire ad una sintesi pienamente condivisa di idee, valori, metodo delle tre organizzazioni sindacali, ha bisogno di un confronto a tutto campo delle diverse esperienze.
Il Coordinamento della CNL auspica e si impegna, in tal senso, affinché su ogni documento presentato si apra una discussione più ampia e approfondita possibile all’interno delle nostre organizzazioni.
Il documento che segue, “Sindacato Unitario Libertario”, curato dal Coordinamento nazionale CNL, nasce da una riflessione seguita all’assemblea costituente il Patto Federativo tenutasi il 19 giugno 2005 a Roma e si basa su una consistente rielaborazione del documento congressuale approvato dal Congresso nazionale della CNL del 2003.
Tutta l’analisi contenuta nel documento è basata sulla considerazione che oggi, rispetto al passato, la crisi in cui si dibatte il movimento dei lavoratori, la società civile e i diversi settori sociali popolari, è una crisi complessiva. Di fronte a controparti sempre più prepotenti e unite nell’attacco globale ai diritti, emerge tutta la debolezza di organizzazioni e categorie sociali divise, frammentate, strutturalmente incapaci di suscitare una reazione adeguata del mondo del lavoro e dei settori sociali popolari.
Allo stesso tempo questa crisi organizzativa è conseguenza di una crisi di identità, di valori, senza precedenti. Nella società, al posto della solidarietà, della cooperazione, si è fatta strada la competizione, l’egoismo sociale, l’individualismo.
Il sindacato che si è storicamente affermato, quello confederale è corresponsabile di questo stato di cose, ha completamente capitolato alle leggi del capitale, diventando esso stesso strumento di potere e controllo sulle masse lavoratrici. Ha tradito, da tempo, i principi ispiratori delle prime leghe operaie, delle società di mutuo soccorso, dell’Internazionale dei lavoratori.
Un altro modello sindacale, nel frattempo, ha fatto breccia in ampi settori sociali, quello cosiddetto “autonomo”, spesso corporativo, comunque schierato dalla parte degli imprenditori. Un modello sindacale che per sua natura ha bisogno di masse passive, deleganti, subordinate alle leggi del profitto.
Un terzo modello, costituitosi in aperta contestazione e alternativa ai due precedenti, è rappresentato dal cosiddetto “sindacalismo di base”, nato dalla spinta all’autorganizzazione di numerosi settori produttivi.
Un modello basato sulla partecipazione per poter praticare la democrazia diretta, la democrazia dei lavoratori. Anche questo modello vive una crisi generale. E’ difficile fare sindacato se i lavoratori non partecipano, se gli individui vivono nella passività, nella delega assoluta, nella sfiducia.
Gran parte di questo settore, lungi dal fare i conti con una realtà profondamente mutata, ha finito spesso per scimmiottare altri modelli. Arrogandosi di rappresentare l’intero mondo del lavoro, ha preteso di potersi sostituire al volere e alle scelte dei lavoratori, anche dei propri iscritti.
Pur nella diversità di obiettivi, modalità, dichiarazioni d’intenti dei diversi soggetti sindacali che fanno riferimento ai tre modelli suddetti, alcuni elementi forti accomunano queste esperienze:
Alla luce di queste considerazioni riteniamo necessario qualificare, di fronte al sindacalismo confederale, a quello autonomo, a quello di base, la nascita di una nuova possibilità: il sindacato libertario, unitario intercategoriale, democratico, aperto al dialogo con tutti i lavoratori, siano essi organizzati o meno in qualche sindacato.
Il sindacato della libertà di ogni lavoratrice, di ogni lavoratore, di verificare, scegliere, decidere, senza nessuna delega.
Il sindacato che non si sostituisce alla gente, non agisce “al posto di” e “al di sopra di” ma “insieme” alla nostra gente. Che non chiede deleghe in bianco ma sospinge costantemente i lavoratori ad essere protagonisti in prima persona.
Il sindacato fatto “dalla” gente “per” la gente.
Pensiamo, dunque, che occorra una svolta radicale nella costruzione di una nuova e più ampia soggettività sindacale, basata sugli elementi di novità che contraddistinguono le nostre strutture e sulla necessità di approfondirli fino alle conseguenze estreme: costruire un soggetto sindacale unitario nella pratica e autenticamente libertario nella progettualità complessiva, che sappia nettamente distinguersi e rendersi riconoscibile fra i lavoratori per essere “altro” dagli apparati autoritari, siano essi confederali, autonomi o di base, che si sono affermati nella società.
Un vento nuovo, una idealità e progettualità alte, per aiutare la nostra gente a riconoscersi, a ritrovarsi, a riguadagnare fiducia, a lottare insieme.
In estrema sintesi ricapitoliamo i motivi della scelta del nome proposto per il nuovo soggetto unitario:
Roma, 24 ottobre 2005.
p. il COORDINAMENTO NAZ. C.N.L., Aurelio Speranza
Indice
Capitolo Primo: come vivevamo –
Capitolo Secondo: come viviamo –
Titolo I : come vivono le donne e gli uomini, oggi –
Titolo II: pensiero e natura, che rapporto c’è ? –
Titolo III: Viviamo come estranei –
Titolo IV: siamo veramente liberi ? –
1. la libertà come idea e la libertà concreta di ciascuno di noi; -
2. noi individui sociali viviamo estranei da noi stessi e dagli altri. –
3. mentre pensiamo a come la vita dovrebbe essere, ci sfugge la vita del momento presente. E’ possibile vivere momento per momento -
4. idee astratte e ruoli degli individui -
Titolo V: conseguenze del modo in cui viviamo su alcuni aspetti della nostra esistenza -
Capitolo Terzo: come possiamo vivere –
Titolo I: il cambiamento, nella pratica -
Titolo II: da dove partire per cambiare. Il nostro egoismo distruttivo -
1. chi è l’egoista distruttivo ? –
2. tenere presente, quotidianamente, l’egoismo distruttivo –
Capitolo Quarto: il sindacato unitario libertario –
1. Essere SOCIETA’ –
2. Essere organizzati in forma nuova -
a) l’organizzazione sociale attuale –
b) le premesse soggettive di una nuova organizzazione sociale –
c) le premesse storiche di una nuova organizzazione sociale –
d) la proposta: un sindacato sociale unitario,intercategoriale, solidale e libertario –
Valori, metodologia pratica consapevole, mezzi del sindacato sociale unitario, solidale e libertario –
I valori –
La metodologia pratica consapevole –
L’organizzazione –
I mezzi –
La base di esistenza legale del sindacato unitario libertario –
L’intercategorialità del sindacato unitario libertario -
Documento organizzativo -
1. Criteri di adesione al sindacato -
2. strutturazione del sindacato –
3. strumenti di connessione e comunicazione –
Il Manifesto per la solidarietà –
Con la memoria andiamo alla situazione sociale italiana della prima metà dell’Ottocento. All’epoca donne e uomini dei ceti popolari, completamente privati di una vita sociale degna, avevano condizioni di vita misere
e non avevano né gli strumenti né il tempo né la forza di opporsi.
La maggioranza delle donne e degli uomini conduceva un’esistenza di stenti, privata delle cose elementari. Le prime organizzazioni operaie che nacquero allora, avevano lo scopo di assistere i propri associati in caso di disoccupazione, di malattia. Non esisteva un sistema di sicurezza sociale così come lo conosciamo oggi (educazione, salute, assistenza agli anziani, ecc.) e per questo i lavoratori si organizzavano, a livello di fabbriche, talora di quartiere, a volte per professionalità, per dare vita a casse di mutuo soccorso, per avere quei servizi elementari che le istituzioni di allora non davano. Erano le società di mutuo soccorso.
All’inizio erano lo stato stesso o gli industriali filantropi a sostenere queste iniziative, nell’intento di controllare e “addomesticare” gli operai.
La crescita della classe operaia si accompagnò allo sviluppo della consapevolezza dei lavoratori: le società di mutuo soccorso si occuparono anche di contribuire alla crescita culturale dei lavoratori, intervenendo così in una assistenza a tutto campo. In questo modo, mano a mano che le società crescevano in numero e aumentavano le occasioni di incontro dei lavoratori attraverso i congressi, si andava elaborando un loro generale punto di vista economico e politico.
Le società si affrancavano dai loro “protettori”, fossero lo stato, la chiesa o gli industriali, prendendo la forma di organizzazioni operaie indipendenti. Il campo delle attività si sviluppò notevolmente e nacquero le prime cooperative di produzione, si diffusero gli spacci cooperativi.
La crescita della classe operaia, della sua consapevolezza, delle sue organizzazioni (nel 1864 nacque l’Associazione Internazionale dei Lavoratori) diedero il via ad un’epoca di lotte e conflitto avverso la classe degli imprenditori e le istituzioni schierate dalla parte dei padroni. Il salto di qualità delle società di mutuo soccorso in Italia avvenne quando dal terreno dell’assistenza si passò a quello della lotta, ad esempio attraverso l’utilizzo delle casse di mutuo soccorso per il sostegno delle azioni di sciopero. Sul finire dell’Ottocento nacquero così le Camere del lavoro e attraverso di esse iniziò a svolgersi una vera e propria attività sindacale che successivamente, nel primo decennio del Novecento, portò alla nascita delle grandi confederazioni sindacali.
I risultati più importanti e duraturi dell’esperienza delle società di mutuo soccorso furono l’aver contribuito ad un’opera di affratellamento dei lavoratori, a fare in modo che questi sviluppassero una identità individuale basata sulla consapevolezza che l’esistenza di ognuno è legata a quella degli altri e che, insieme, è più facile affrontare le cose, collaborando, partecipando, aiutandosi reciprocamente.
I lavoratori avevano imparato a praticare una socialità, ovvero a stare insieme, sulla base di una forte e radicata identità, sviluppando al contempo un punto di vista sulla società che li univa e accomunava nei confronti delle controparti. Un fattore decisivo in questa trasformazione fu lo sviluppo della comunicazione, intesa come scambio di informazioni ma anche come incontro, conoscenza reciproca, cooperazione.
In quelle condizioni, che rapporto c’era tra l’individuo e le diverse forme organizzate (società di muto soccorso, sindacato, ecc.) ? La maggior parte delle donne e degli uomini aveva a che fare ogni giorno con il problema di sopravvivere. Non potevano illudersi con fughe dalla realtà, sogni, finti ruoli. C’erano i padroni, i ricchi, i governanti. A questi erano riservati onori e ricchezze. Alle donne e agli uomini dei ceti popolari spettava solo miseria e semi schiavitù. Non c’era che da unirsi, per cercare di difendersi meglio. Dalla difesa elementare, crescendo la consapevolezza del proprio ruolo ai fini dell’esistenza globale della società, la classe lavoratrice passò alla conflittualità. Per questo nacque la forma sindacato storica. Questa esprimeva un tipo di organizzazione più articolata rispetto alle società di mutuo soccorso, intesa a fornire non solo assistenza ma a cercare di strappare a chi possedeva i mezzi di produzione, condizioni di vita migliori. Il lavoratore, la lavoratrice si identificava in modo diretto con la propria organizzazione sindacale, perché sapeva che questo tipo di organizzazione era “cucita addosso” alle proprie condizioni di esistenza: “io sono una donna, un uomo che lavora in condizioni di vita bestiali, sopra di me c’è il padrone che mi sfrutta oltre ogni limite. Devo difendermi, ma non posso farlo da solo, per questo mi unisco e coopero con gli altri lavoratori.” Non c’era inganno o finzione, nessuna mistificazione. La base materiale, il contenuto dell’organizzazione, coincideva con la sua rappresentazione, la forma. La relativa semplicità della società di allora produceva un confronto diretto, esplicito, tra la classe lavoratrice e il padronato.
I sindacati e le confederazioni che nacquero in Italia tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento esprimevano non solo le esigenze economiche dei lavoratori, ma erano manifestazione della maturata consapevolezza della collettività lavoratrice. In Italia, come nel resto d’Europa, ci fu un fiorire di attività associative, ricreative e culturali, rivolte ai ceti popolari, spesso promosse dagli stessi sindacati. Allora c’era una identificazione forte tra il lavoratore e la propria organizzazione sociale, una grande partecipazione e cooperazione. I dirigenti dei sindacati venivano, per lo più, scelti dai lavoratori stessi. Il principio della delega era ancora marginale, ogni lavoratore partecipava in prima persona. La forma (sindacato) e il contenuto (lavoratori) coincidevano. Quei sindacati senza la partecipazione, il protagonismo, l’individualità di quei lavoratori, non sarebbero nati, né sarebbero sopravvissuti. Gli individui, in quelle condizioni, potevano riconoscersi come simili in qualunque situazione. Non esistevano schermi e maschere dietro cui nascondere e mistificare le proprie condizioni di vita. L’identità comune poteva così manifestarsi negli uomini e nelle donne in maniera diretta. Ognuno era ciò che era. Così gli individui potevano far leva sui valori umani più importanti. Proprio per poter vivere meglio gli individui cercavano il reciproco aiuto, cooperando. La lealtà, l’onestà, la fiducia erano alla base di questa cooperazione. Ogni individuo poteva comprendere che non era possibile fare a meno degli altri per sopravvivere. Con questo, naturalmente, non affermiamo che a quell’epoca c’era l’eden, semplicemente che l’identità umana era più immediatamente riconoscibile.
Titolo I:
Come vivono le donne e gli uomini, oggi.
In un secolo sono state profonde le trasformazioni sociali. Oggi abbiamo a che fare con una società complessa, almeno apparentemente. Con le lotte la collettività lavoratrice, i ceti popolari, gli uomini e le donne, hanno conquistato sempre maggiori quote di potere e nuovi spazi democratici. Tra sconfitte e vittorie le classi popolari dei paesi occidentali si sono emancipate culturalmente e sono progredite nel proprio tenore di vita complessivo. Allo stesso tempo la composizione della società si è articolata. Si sono formate numerose classi intermedie e questo si è sviluppato parallelamente alla specializzazione del lavoro e allo sviluppo di sempre nuove attività. Le ideologie utilizzate da chi detiene il potere sono state affinate per fare i conti con questi mutamenti sociali.
Nei secoli le idee hanno creato i loro miti. Dal mito della Natura e degli Déi si è passati a quello della Ragione. Per via della ragione, del pensiero, sono nati altri miti: quello della scienza e del progresso tecnico. “Io” essere umano, da essere impotente, schiacciato da enormi forze naturali e innaturali, mi sono trasformato in entità superiore, capace di dominare il mondo.
Cosa vuol dire dominare, per noi individui della società di oggi ? Vuol dire, essenzialmente, possedere, avere. Ci sentiamo realizzati in ragione delle cose che abbiamo. In questo senso il consumismo rappresenta l’espressione ideologica più forte della volontà di dominio da parte di noi donne e uomini.
Consumare, l’“avere” per affermarci, per dominare, si è sostituito all’”essere”. Chiunque riconoscerà che, oggi, siamo quello che possediamo. Il nostro valore, la nostra essenza, dipendono gran parte da ciò che abbiamo: il tipo di macchina, di casa, di vestiti, di lavoro, il conto in banca, ecc. Un mondo virtuale, dell’apparenza, si è sostituito a quello reale. Quando conosciamo qualcuno non domandiamo “chi sei ” ma “cosa sei”: come ti chiami ? Che lavoro fai ? Che macchina hai ? Questa spersonalizzazione, questa perdita di identità è conseguente ad un processo di “estraniazione” da parte nostra, avvenuto in molti decenni. Tale aspetto ha, come vedremo, delle conseguenze importantissime sul comportamento sociale e sulle prospettive della pratica sociale.
Titolo II:
Pensiero e natura, che rapporto c’è ?
Due secoli fa dominava l’idea della supremazia della ragione, del pensiero. La rivoluzione industriale mutò radicalmente l’esistenza di milioni di donne e uomini in precedenza dediti ad attività rurali, artigiane o di servaggio. Gli individui venivano strappati alle loro origini e costretti a vivere in ambienti ostili come le città di allora. Ai ritmi naturali si sostituirono quelli innaturali delle macchine e delle fabbriche, degli uffici. Il processo di estraniazione, prodotto del conflitto individuo/natura, aveva trovato una elaborazione sul piano delle idee nel seicento, con il filosofo Cartesio. Con la rivoluzione industriale l’estraniazione si è fatta “fisica”, meccanica, il comportamento degli esseri umani è stato stravolto. Gli individui dovevano abbandonare il proprio ambiente naturale per venire utilizzati come “macchine”, dedite ad altre macchine. Con il tempo, con l’estendersi delle industrie e delle città, questa separazione degli individui dalla natura si è cristallizzata. L’idea che prevalse fu quella che l’essere umano ha una capacità di pensiero in grado di spiegare razionalmente ogni manifestazione della vita e di assoggettare la natura ad ogni esigenza sociale (chiaramente l’esigenza di chi comanda): le donne e gli uomini, l’ambiente, la natura, la società, il mondo intero sono spiegati e sottomessi a una infinità di “regole” e idee che riconducono ogni cosa, ogni manifestazione della vita a una visione totalizzante, unica. Si è, cioè, affermata la superiorità del pensiero sulla natura, divenuta materia bruta da misurare e dominare. Inizialmente questo ha avuto le sue manifestazioni di devastazione soprattutto all’esterno degli individui, verso l’ambiente circostante. La memoria e i forti legami ancora esistenti con l’ambiente d’origine, non producevano una rottura irreparabile degli individui con la natura. Con il passare del tempo e il formarsi di popolazioni urbane stanziali, la distanza tra individuo e natura è aumentata. Oggi la società, con tutti noi individui, non è più in grado di comprendere e rapportarsi armoniosamente alla natura, basta vedere le devastazioni ambientali e i cambiamenti climatici. Tutto questo ha avuto conseguenze importanti sulla struttura dell’individuo. Si è formata una separazione tra mente e corpo.
Questo sviluppo socio-antropologico è gravido di conseguenze.
“Essere” dovrebbe significare vivere, nell’interezza di mente e corpo, in una forma di armonia con noi stessi e con ciò che ci circonda, in primo luogo con gli altri individui, riconosciuti come parte di noi, parte del tutto.
“Avere” significa vivere nell’apparenza, attraverso le cose che possediamo, in conflitto permanente con noi stessi e con il mondo intero per dominare e possedere ogni cosa, ogni essere vivente.
L’avere, che ha finito per prevalere nei comportamenti degli individui di ogni ceto sociale, si indirizza verso il tutto, non solo verso le cose, ma verso le persone, verso il nostro stesso corpo. Si è affermato, cioè, uno spirito proprietario, prodotto del funzionamento di questa società, fondata su enormi disuguaglianze.
Proviamo a svelare gli effetti materiali, concreti, delle condizioni di vita sul comportamento e sull’esistenza di ciascuno di noi.
Titolo III:
Viviamo come estranei.
La realtà sociale di oggi, formata da tutti noi individui, è caratterizzata da una profonda e diffusa sfiducia nella possibilità che le cose possano migliorare grazie all’agire collettivo. Di questo stato di insoddisfazione personale, passività e inerzia, diffidenza e demotivazione che colpisce la grande maggioranza di noi individui nella nostra società, occorre prendere atto consapevolmente, facendoci i conti fino in fondo.
Il sistema di vita odierno determina in mille forme un senso di profonda estraneità fra noi individui sociali. E’ così, siamo indifferenti all’altro/a. In queste condizioni è difficile pensare non solo ad una società completamente differente, grazie a cui il genere umano possa vivere in simbiosi e armonia con la madre Terra e tutte le sue risorse e abitanti, all’insegna di pace, benessere per tutte e tutti, libertà, giustizia sociale, ma rischia di sembrare un’utopia anche l’impegno affinché si affermino valori umani oggi continuamente negati, quali solidarietà, onestà, lealtà. Tutto questo possiamo coglierlo nella quotidianità delle nostre attività, in ogni luogo della vita sociale: dal posto di lavoro, ai quartieri, alle scuole, fin dentro le famiglie. Nei posti di lavoro, come nei luoghi di studio e così via, la maggioranza di noi individui vive come un grande peso il dover condividere ore del proprio tempo con i colleghi. Si generano mille frustrazioni, non tutte dettate dalle condizioni ambientali. Egoismo, invidie, odio coesistono insieme ad amicizia e solidarietà. Però ovunque, laddove non prevalgono gli aspetti negativi, su ogni altra cosa si affermano passività, sfiducia, logica della delega, disimpegno. Non è sufficiente la presenza di gruppi attivi sul piano sociale per stravolgere queste condizioni e trasformare i diversi luoghi della società in comunità che si caratterizzino per fraternità, partecipazione, democrazia, libertà.
Questi principi e valori, a costo d’enormi sforzi e sacrifici individuali, riescono a vivere, con grandi contraddizioni, solo in determinate occasioni e per un tempo ben circoscritto (iniziative pubbliche, eventi politici, culturali, momenti di lotta, agitazioni, ecc.). Cessato il momento, la maggioranza degli individui rifluisce, torna alla proprie abitudini e costume mentale. Molto spesso queste fiammate, questi momenti più appassionati lasciano segni appena sul piano della memoria, ma restano pressoché senza conseguenze sul piano pratico, perché la maggioranza degli individui torna ad essere prigioniera dei ruoli che le regole attuali della società ci assegna e che tendono a riprodursi meccanicamente.
Così, ai vecchi attivisti sociali se ne aggiungono pochissimi, a volte nessuno; alcuni, meno sorretti da una forte coscienza personale e/o investiti da particolari problemi personali possono anzi mollare, sfiniti da questo ruolo defatigante di "stare sempre in prima linea".
Titolo IV:
1. la libertà come idea e la libertà concreta di ciascuno di noi.
Tutti noi aspiriamo alla libertà, non è vero ? Possono esserci vari modi di intendere la libertà, e forse ognuno di noi la vede in maniera differente. Se rimaniamo nel campo delle idee, certamente non potremo fare a meno di accendere “nobili” dispute attorno al concetto di libertà: così si confronteranno le idee di libertà nel campo liberale con quelle nel campo socialista e così via. Tutte, più o meno, si porranno il problema di quali limiti debba avere la libertà di ogni individuo rispetto al resto della società. Così la disputa, sempre nel campo delle idee, si sposterà sul ruolo delle leggi e dello stato nel regolamentare i “diritti” e i “doveri” dei cittadini. Guardiamo la realtà, e riconosceremo che difficilmente, se parliamo di libertà, ci riferiamo alla libertà di ogni singolo individuo, alla stessa nostra, personale libertà. E’ così, parliamo della libertà in senso generale, di una “idea” di libertà, ma mai della libertà in senso pratico. Che cosa è veramente la libertà, allora ?
La domanda non è scontata. Forse, se ci interroghiamo sinceramente, se confrontiamo noi stessi non all’idea di libertà, all’idea in senso generale, ma alla nostra libertà, alla nostra aspirazione più profonda, allora possiamo vedere le cose diversamente. Cerchiamo di spogliarci, per un attimo, dalla montagna di “cose” che ci rivestono, di idee che ci circondano. Partiamo da noi stessi, solo per un attimo. Generalmente diciamo “tizia” è buona, “caia” è brava, oppure “tizio” è cattivo o “caio” è presuntuoso e così via. In realtà, attorno al nome di tizio o caio, ci siamo fatti tante idee, perdendo di vista come sono davvero tizio o caio in quel momento, cioè quale è la loro identità, dando per scontato che tizio o caio saranno sempre quelle idee che ci siamo fatti di loro o che loro stessi hanno finito per accettare. Ma tutto questo, cosa ha a che fare con la realtà ? Noi non siamo idee, ma donne e uomini in carne e ossa, con la capacità di sentire, pensare e agire, che cambiano in ogni momento. Spogliarci delle idee che nascondono la nostra identità significa, allora, guardare a come viviamo veramente, a come siamo davvero. In fondo, l’essenza più profonda della nostra libertà è quella di essere noi stessi, vivere in armonia con noi stessi e, conseguentemente, con gli altri. La verità è che ci siamo aggrappati alle idee, quindi all’apparenza, per giustificare il mondo
così come funziona, per giustificare, infine, noi stessi in ogni circostanza. E’ facile comprendere che, fintanto che siamo prigionieri di mille schemi e ruoli prodotti dalle idee (padre/madre – figlio/figlia, impiegato/operaio – qualificato/non qualificato, insegnante – studente, ecc.), non parleremo mai realmente di noi stessi. Dove è andata a finire la nostra libertà ? Ma soprattutto, dove è finita la nostra persona, la nostra vita ?
2. noi individui sociali viviamo estranei da noi stessi e dagli altri.
Naturalmente non stiamo dicendo che dobbiamo rinunciare alle responsabilità che ci competono, ma alle idee che ci siamo fatti attorno ad esse. Torniamo alla realtà. Se facciamo questo esercizio, potremo vedere che i nostri sforzi quotidiani sono, molto spesso, male indirizzati. Infatti ciascuno di noi, quotidianamente, per assicurare le responsabilità dovute ai ruoli che ci siamo assunti o che ci hanno attribuito, spende energie colossali ad inseguire le idee che circondano quei ruoli. Non è forse vero ?
Chi non si sveglia al mattino con l’idea di “dover essere bravo” a svolgere quel dato compito al lavoro o a scuola ? O con la preoccupazione di apparire in un certo modo a quel dato appuntamento ? Raramente, guardandoci allo specchio la mattina, diciamo “sono”; piuttosto diciamo “devo essere”.
Questa è una forma di estraneità da noi stessi, che comincia da prima che entriamo in un dato ruolo. Siamo soliti dire: l’attività che faccio non mi piace, mi genera insoddisfazione. Oppure: Non sopporto di collaborare con gente che mi è antipatica, il “capo” è un despota e mi riprende in continuazione, ecc. Così pensiamo che molti dei problemi che ci affliggono è causata dall’attività che svolgiamo. Del resto, tutti sanno di cosa stiamo parlando. Chi non ha conosciuto quel senso di insoddisfazione, di inadeguatezza, di rabbia, invidia, determinato dalle nostre relazioni sociali, dai
livelli gerarchici, da un ambiente malsano e ostile ? In questo modo, però, tutta la vita diventa “risolvere problemi”. Ma è davvero così ? Tutta la nostra vita è risolvere problemi ? Se davvero fosse così, sarebbe una vita molto triste. Nella realtà la vita, se la vedessimo come essa veramente si mostra, per quello che è, scrostata delle troppe e sbagliate idee che ce ne siamo fatti, potrebbe essere bella.
3. mentre pensiamo a come la vita dovrebbe essere, ci sfugge la vita del momento presente. E’ possibile vivere momento per momento.
Il problema, è, dunque, che passiamo troppo tempo a pensare come la vita “dovrebbe” essere e il risultato è che essa scorre senza che ce ne accorgiamo, con la conseguenza di enormi guasti che questa società, fatta di milioni di individui socialmente egoisti, produce sulla vita stessa. Forse è possibile capire di cosa stiamo parlando se ci è capitato qualche volta, mentre stiamo affannosamente provvedendo a mille incombenze durante una giornata, di fermarci come d’improvviso, e non renderci più conto di cosa stavamo facendo, né perché. In quel momento il nostro corpo sta reagendo e riportandoci alla sana realtà. Ci dice: fermati, non vedi che stai girando a vuoto ? Dove stai andando ? Ecco, il nostro “atteggiamento” verso la vita è proprio questo: inseguire l’idea che ci siamo fatti del mondo con i suoi individui e le sue cose. Ma la vita non è “idee”, non è girare a vuoto riempiendo la giornata di tante cose affastellate, la vita è momento per momento. Probabilmente, se riflettessimo ogni volta sulla reale consistenza di molti “problemi” che ci affliggono, ci accorgeremmo che molti di essi sono, semplicemente, inesistenti. Una buona parte del problema, infatti, è in noi stessi. Incomprensione, incapacità di comunicazione, mancanza di connessione con gli altri, insomma scarsità di “attenzione”. Quanti di noi sono disposti ad ammettere che, mentre proviamo sentimenti negativi verso qualcuno, mentre siamo invidiosi, egoisti, competitivi, per niente solidali, in quel preciso momento stiamo chiudendo i nostri canali di comunicazione con l’altro/l’altra ? In quel momento il ruolo che rivestiamo prende il sopravvento sulla base vera, autentica, della nostra individualità, che è la comune appartenenza alla specie umana di ogni donna e uomo, a prescindere dalla nostra collocazione nella società. Questa identità nascosta è quella che può far riconoscere ogni individuo simile agli altri, che può far scoprire una comunanza basata sulla possibilità di esprimere valori umani positivi (vale a dire, semplicemente, spirito di cooperazione, lealtà, onestà).
Adesso facciamoci una domanda: chi dovremmo incolpare del nostro individualismo, del nostro egoismo ? Dire che la colpa è di qualcun altro, significa solo giustificare la nostra passività, fare finta di non vedere le nostre responsabilità. Eppure queste sono tutte lì, davanti a noi.
4. idee astratte e ruoli degli individui.
Cosa è questo ruolo se non una forma estranea alla nostra persona ? Il ruolo è intriso di idee preconcette, pregiudizio, schematismo, pensiero astratto. Quando ci caliamo nel ruolo (e ognuno di noi lo fa giornalmente un numero infinito di volte) diventiamo acritici e assenti a noi stessi. Non ascoltiamo più, non prestiamo attenzione, cioè non osserviamo, non pensiamo. Parliamo, sì, agitiamo delle idee, è vero. Ma diciamoci la verità: hanno senso quelle parole, quelle idee ? Corrispondono davvero a ciò che siamo, alla situazione che viviamo in quel preciso momento ? Mentre ci stiamo arrabbiando con un collega di lavoro, con un condomino, o qualcun altro con cui dovremmo collaborare per una qualsiasi attività, stiamo pensando a come siamo realmente noi e al fatto che dall’altra parte c’è un nostro simile con i nostri stessi limiti ? Stiamo pensando alle possibilità che le nostre esigenze possano trovare una risposta comune, dato che, come esseri umani, abbiamo alla radice gli stessi bisogni rispetto a pace, benessere, gioia, amore ? Siamo disposti a mettere da parte false idee come orgoglio, invidia, rancore ? Pensiamoci un attimo: quando abbiamo un “problema”, a cosa serve affrontare le cose con l’orgoglio, oppure con l’invidia o con il rancore ? Probabilmente a nulla, il problema rimane lì, l’unico risultato è che l’incomprensione aumenta e noi staremo peggio. Al contrario, svestire i panni del ruolo, prestando attenzione a chi siamo e a chi abbiamo davanti, imparando ad ascoltare (e ad ascoltarci), riflettendo prima di parlare, pensando senza pregiudizi, quindi in ultima istanza cercando di comunicare in profondità con l’altro/l’altra, può aiutarci ad essere noi stessi e a trovare il bandolo della matassa, con maggiore soddisfazione. I ruoli corrispondono a esigenze che stanno fuori da noi, cioè alla divisione delle attività e delle responsabilità, cioè, in ultima analisi, alla frammentazione della nostra identità umana.
Liberiamoci del pregiudizio delle idee. Abbiamo tante idee del mondo, della vita. Gran parte sono luoghi comuni e convenzioni, nati per giustificare l’egoismo sociale (tipici: “i meridionali sono scansafatiche”, “i musulmani sono tutti fanatici”, “i giovani non hanno valori”, “gli impiegati pubblici sono parassiti”, ecc.) o l’egoismo personale (“tutti pensano agli affari loro”, “l’uomo è un lupo tra gli uomini”, ecc.).
Possiamo cambiare, sta a noi scegliere di farlo. E’ la vera, autentica libertà, che nessuno può toglierci. Non dobbiamo aspettare l’ennesima guerra, l’ennesima violenza, magari più spaventosa, più vicina a noi. Non dobbiamo aspettare l’ennesima ingiustizia, l’ennesima prevaricazione, magari su noi stessi.
Non rimandiamo a domani quello che possiamo fare oggi. A furia di pensare a come la vita dovrebbe essere, ci sfugge la vita del momento presente. Occorre maggiore attenzione e presenza, che significa poi capacità di ascoltare, comprendere, comunicare.
Titolo V:
conseguenze del modo in cui viviamo su alcuni aspetti della nostra esistenza.
1. l’organizzazione. Parlare di organizzazione significa, semplicemente, parlare del modo in cui facciamo funzionare le cose: una fabbrica, un ufficio, una scuola, un negozio. Tutti comprendiamo di cosa stiamo parlando. L’organizzazione è il corollario delle attività e dell’impegno umani. Per raggiungere qualunque risultato abbiamo bisogno di organizzazione.
Il modo in cui ci si organizza, vale a dire il come e il quando facciamo le cose, influenza sia i risultati, sia il nostro stato d’animo e le nostre condizioni materiali. Se, per esempio, una certa attività è male organizzata, otterremo un risultato inferiore alle attese e questo influirà negativamente sul nostro stato d’animo e avrà conseguenze sulle nostre condizioni materiali. Esistono molti modi per far funzionare una stessa cosa, e questo è uno dei motivi di maggior disagio per noi donne e uomini, in quanto il più delle volte le cose sono organizzate in modo poco rispettoso dei bisogni umani. E’ utile considerare che esistono almeno tre livelli di organizzazione. In che senso ? Dell’organizzazione più “tipica” e comune abbiamo parlato: nella nostra società, per far funzionare le cose, occorre che donne e uomini cooperino, per mezzo di varie forme di organizzazione, alle molteplici attività produttive, culturali, ecc. Come abbiamo visto nei titoli precedenti, la realtà che accettiamo di vivere, cioè di estraneità nostra dagli altri, ci porta quasi sempre a subire i diversi tipi di organizzazione in cui siamo coinvolti, piuttosto che a essere protagonisti nelle scelte e nelle decisioni fondamentali (basti pensare al lavoro, alla scuola, ecc.). Definiamo per comodità questo un livello di organizzazione sociale, cioè attinente alle nostre relazioni con l’esterno. Un livello differente, al quale rinunciamo anche soltanto di “affacciarci” è quello che regola il funzionamento generale, complessivo della nostra società (vale a dire l’insieme delle regole che disciplinano l’economia, l’educazione, i servizi, ecc.). Questo è un livello di organizzazione pubblica o politica. C’è, infine, un altro livello di organizzazione, del quale siamo poco consapevoli. Ogni individuo, ognuno di noi, è portatore di un principio di auto-organizzazione. Basti pensare che quotidianamente dobbiamo organizzarci per far fronte ad esigenze personali come provvedere ad alimentarci (acquistare il cibo, cucinare e mangiare), a spostarci (a piedi, con mezzi pubblici, con mezzi di locomozione privati), ad occupare il tempo libero (giocare, fare sport, leggere, ecc.), curare le relazioni interpersonali (con gli amici, in famiglia, ecc.). Questo livello definiamolo di organizzazione privata.
Adesso, pensiamo un attimo a quali sono i livelli di organizzazione che ci impegnano normalmente: quello “sociale” e quello “privato”, non è vero ? Il livello “pubblico” lo consideriamo non di nostra competenza. Nel nostro immaginario l’organizzazione pubblica (o politica) è affare di poche persone, politici, affaristi, grandi proprietari, imprenditori, ecc.. Da questo livello di organizzazione siamo normalmente esclusi e noi stessi ci auto-escludiamo, non comprendendo il profondo nesso e interdipendenza tra quello che facciamo personalmente e quello che avviene nel resto della società. Siamo estranei dal livello di organizzazione pubblica della società perché pensiamo che il mondo “esterno” sia un insieme di cose, persone, eventi, separati e non governabili dal basso, cioè partendo da noi stessi. Prevale il pensiero che “non vale la pena” impegnarci personalmente. Prevale, cioè, l’egoismo sociale. Questa visione frammentaria delle cose ci porta a disinteressarci di ciò che sfugge al nostro diretto controllo, con la conseguenza che permettiamo a svariati gruppi di interesse di occuparsi di tutto quello di cui riteniamo di non dover essere responsabili. Il risultato di questo è, però, l’esatto contrario di quello che desidera il nostro egoismo. Siamo portati a pensare: voglio occuparmi solo dei fatti miei, disinteressandomi di tutto il resto, in questo modo mi difenderò meglio e mi avvantaggerò. Le cose stanno esattamente all’opposto. In buona sostanza ognuno di noi, vivendo in modo assente, non attento, non consapevole, lascia determinare sempre da fattori esterni a noi la nostra stessa vita. Non solo rimaniamo tagliati fuori dal funzionamento complessivo della società, ma subiamo una organizzazione delle attività sociali a cui siamo più da vicino interessati spesso avvilente. Siamo costretti, infine, a subire regole estranee ai nostri bisogni fin dentro la nostra vita “privata”.
Basti pensare ai pesanti effetti, sulla nostra esistenza quotidiana, dei ritmi di lavoro e di comunicazione, al traffico e all’inquinamento dell’ambiente, alla mancanza di servizi, ecc.. La verità è che ognuno di noi, vivendo separato da sé e dagli altri, vive la propria esistenza come tanti momenti separati tra di loro: rinunciamo all’organizzazione della società sottomettendoci a quella nel luogo di lavoro o di qualunque altra entità organizzata (scuola, quartiere, associazione, ecc.), finendo per organizzare la nostra vita in modo meccanico e abitudinario, senza più amore né prospettive, se non quella di sopravvivere, aspettando sempre “qualcosa” che non verrà mai. Una delle cause di questo è il nostro egoismo distruttivo, basato sulla separazione che viviamo dentro di noi e rispetto agli altri, sul nostro rifiuto di una esistenza armoniosa con la natura e gli altri esseri umani, sul non riconoscimento della profonda interdipendenza che ci lega agli altri esseri umani.
2. lo stare insieme (tempo libero, cultura, volontariato, ecc.)
Lo “stare insieme” è espressione di una tensione “naturale” di ogni donna e ogni uomo alla conoscenza, alla comunicazione con l’altro/altra. Questo istinto, che sta alla base della nostra identità umana, è un elemento di forte contraddizione.
Da una parte attraverso di esso
esprimiamo costantemente una
ricerca
di benessere, di realizzazione di noi stessi in un ambiente sano, basato su
relazioni sincere e leali: l’altro/l’altra possono essere fonte di arricchimento
interiore e crescita materiale. Pensiamo a quello che significa l’amicizia per
ognuno di noi e a come questo sia un terreno estremamente difficile, fonte di
gioie, ma anche spesso di dolori.
Questo istinto naturale delle donne e degli uomini, nel tempo, è stato canalizzato e indirizzato verso forme di comunicazione standard, cosicché quasi tutte le attività umane sono caratterizzate da un funzionamento similare. Per stare insieme, infatti, c’è bisogno di un certo livello di organizzazione, come abbiamo visto. In qualche modo possiamo dire che non è possibile svolgere nessun tipo di attività, neppure stare insieme tra amici, senza una qualche forma di coordinamento tra noi individui. Mano a mano che la società si è sviluppata, con la divisione del lavoro e dei compiti, abbiamo visto che noi esseri umani ci siamo estraniati sempre più da noi stessi e dagli altri, accettando una frammentazione della nostra identità in una infinità di ruoli. Le varie forme di organizzazione che ci siamo dati corrispondono a questa divisione e frammentazione. Da questo punto di vista lo stare insieme è diventato sempre meno una ricerca aperta e libera attorno a noi, piuttosto mirata a ritrovare i nostri “uguali”. In poche parole scegliamo di stare insieme in forme organizzate che hanno alla base la logica del “gruppo” (politico, sindacale, culturale, familiare, ecc.) o addirittura del “branco” (pensiamo alle bande giovanili). In questo senso tutte le forme organizzate che conosciamo esprimono logiche di “potere”: “il mio gruppo, la mia associazione, devono crescere ed espandersi, anche a danno degli altri gruppi, in tal modo si affermeranno meglio i miei interessi.” Questo è vero non solo in politica, ma anche nell’associazionismo di vario tipo. D’altra parte più un gruppo è forte, in termini numerici ed economici, più fa valere i propri interessi di parte, maggiori saranno i suoi introiti, maggiore il suo potere nella società. La logica della competizione è così prevalente che capita spesso che gruppi aventi gli stessi scopi e finalità, si facciano una guerra spietata. Il problema principale, però, è che questa logica organizzativa non è determinata unicamente da fattori esterni a noi: al contrario, ne siamo i diretti protagonisti. Come accettiamo la divisione dei ruoli, così ci deresponsabilizziamo nel delegare altri a occuparsi di determinate questioni, accettando una organizzazione della vita e della società all’insegna della frammentazione e della competitività. Infatti le responsabilità a cui noi rinunciamo vengono prese
in carico da altri che le organizzeranno come meglio credono.
Il risultato è il moltiplicarsi dei poteri fuori dal nostro controllo. Per questo possiamo affermare
che ogni forma organizzata conosciuta risponde a caratteristiche pressoché identiche: finalità di ricerca del potere e della supremazia a scapito degli altri; metodi autoritari, oppressivi, gerarchici e burocratici all’interno. Tutto questo ha ulteriori e significative implicazioni.
Ogni volta che deleghiamo qualcosa a qualcuno stiamo rinunciando alla ricerca individuale della verità, alla verifica diretta di come stanno le cose.
In tal modo, dietro la pratica della delega, qualcosa o qualcuno costruisce la propria autorità.
3. L’autorità nella organizzazione e nello stare insieme.
L’autorità significa, molto semplicemente, che a qualcosa o qualcuno abbiamo affidato un ruolo di decidere al posto nostro, scegliendo di volta in volta “cosa” fare o non fare. Una scelta diretta, in prima persona, quella di delegare, oppure indiretta e allora la nostra responsabilità si confonde nella generalità della società, ma non per questo è una responsabilità minore della prima. In questo modo coloro che detengono l’autorità (in seno ad una associazione, in un qualche tipo di attività o di organizzazione) costruiscono delle “verità” preconfezionate, che noi siamo portati ad accettare, dato che abbiamo rinunciato in partenza ad ogni tipo di ricerca, di attenzione, di riflessione critica. Di questo approccio alle cose, alle responsabilità, fa parte anche lo scegliere che alcune cose ci competono, mentre altre le lasciamo fare ad altri. Dietro ogni autorità c’è l’”autorità del pensiero”, ovverosia un insieme di idee astratte, vere sempre in assoluto. Quanti tipi di autorità conosciamo? L’”autorità” politica, l’”autorità” religiosa, l’”autorità” sindacale, l’”autorità” culturale, ecc. ecc.. Sopra ogni tipo di organizzazione lasciamo crescere e proliferare ogni genere di autorità. Naturalmente non lesiniamo critiche verso le varie autorità, purtroppo però non ci rendiamo conto che è a causa del nostro atteggiamento verso la vita che queste autorità costruiscono il loro potere sopra di noi.
Combattere l’autorità e l’autoritarismo significa, in ultima analisi, combattere anche quei meccanismi interiori mossi dal nostro egoismo, vale a dire la logica della delega, il rifiuto della responsabilità, l’auto-isolamento, ecc.
Così non basta cambiare le idee, cambiare le persone, o cambiare organizzazione, per far funzionare le cose diversamente: occorre che il cambiamento parta da ognuno di noi. Fino a che questo non avverrà, lo stare insieme, in qualunque forma sia inteso, corrisponderà molto poco ad una scelta libera e soddisfacente.
Pensiamo a tutto quello che riguarda il tempo libero. Quante persone hanno modo di manifestare, nel cosiddetto “tempo libero”, un qualche particolare interesse, sia artistico (suonare uno strumento, dipingere, modellare ceramica, ecc.), che hobbistico (giocare a scacchi, collezionare, ecc.), che culturale di vario tipo (ascoltare musica, andare a teatro, leggere libri, praticare sport, escursionismo, ecc.), che di tipo volontaristico (assistenza ai malati, tutela dell'ambiente, ecc.)? Queste manifestazioni di interesse nascono spesso da una ricerca interiore, una strada per star bene ed esprimere il meglio di sé.
A volte queste attività comportano la condivisione e cooperazione con altre persone, altre sono vissute più individualmente. Quasi sempre, in ogni caso, c’è una tensione a valorizzare, mettere in risalto la propria individualità, fuori dai ruoli e dalle maschere che siamo costretti a indossare ogni giorno.
Al contempo, però, molte di queste attività sono vissute all’insegna di compromessi che limitano, inquadrano, e infine soffocano l’energia e la tensione individuale a esprimere liberamente ciò che siamo veramente.
Qualche esempio ? Nel settore del volontariato conosciamo tutti, purtroppo, i numerosi scandali che hanno visti implicati vertici istituzionali e settori dirigenti di numerose organizzazioni di volontari. Nel settore culturale è davvero difficile poter soddisfare le proprie passioni e creatività, dato che il più delle volte siamo costretti nel ruolo passivo di semplici fruitori dei generi culturali e a costi sempre più proibitivi; quando, invece, cerchiamo di essere protagonisti ci troviamo di fronte alle difficoltà di logiche mercantili e speculative che limitano largamente la possibilità di libera espressione.
Nel posto di lavoro, naturalmente, queste potenzialità degli individui tendono a celarsi: di fronte a ritmi meccanici, numeri, qualifiche, capi e capetti, l’identità di ognuno di noi va a farsi benedire.
Trasformare i luoghi della società significa mettere questo universo di interessi e aspirazioni individuali in condizione di comunicare, per evidenziare l’identità di ciascuno. Diciamocelo francamente: le diverse esperienze associative che ognuno di noi ha fatto sono state, spesso, un vero calvario. Questo è tanto vero che, nonostante l’associazionismo conti milioni di aderenti (perché, nonostante tutto, certe iniziative e attività è possibile farle solo aderendo a una qualche associazione), molti e molte di noi trovano soddisfazione solo vivendo in forma privata il proprio impegno, il proprio interesse. In questo modo siamo spinti ad isolarci, a separarci dagli altri, a escluderci dal governo delle cose.
Capitolo terzo:
COME POSSIAMO VIVERE
Titolo I:
il cambiamento, nella pratica.
1. essere presenti, prestare attenzione.
Se imparassimo a sentire la vita momento per momento, la nostra vita potrebbe essere diversa. Per trasformare le cose, occorre essere presenti, prestare attenzione. Torniamo al nostro ambiente sociale (posto di lavoro, scuola, ecc.). Dato che ci entriamo già da estranei, come abbiamo visto prima, le nostre ore vissute
in quell’ambiente sono all’insegna di costrizione, finzione. Costrizione, perché quasi sempre pensiamo che l’attività che facciamo non è stata una nostra libera scelta, ma dettata dalla necessità
di sopravvivere, in mancanza di meglio. Finzione, perché mascheriamo la nostra identità, per mostrarci come pensiamo di dover essere o come vorrebbero che fossimo (le due cose spesso coincidono). Che succede concretamente ? Naturalmente dobbiamo relazionarci ad altri colleghi, oppure a cittadini esterni a quella attività, a quella associazione, spesso a entrambi. Come sono queste relazioni ? Dato che indossiamo una maschera non riusciamo a instaurare rapporti di fiducia, se non sporadici e molto parcellizzati. A volte dei nostri “vicini” ci fidiamo meno di quello che crediamo. Il luogo di lavoro è significativo per seguire questo ragionamento: se l’idea che ne abbiamo è quella di un luogo e un tempo in cui i valori umani non servono, anzi quello che viene richiesto è competizione, egoismo distruttivo, arrivismo, allora come si fa a non indossare i panni del gladiatore con il coltello fra i denti ? Possiamo osservare nel dettaglio la quotidianità del nostro lavoro e non possiamo negare che, nella maggior parte dei casi, le ore passate al lavoro sono una “gogna” da cui non vediamo l’ora di scappare (sperando di trovare una presunta “libertà” al di fuori, ma anche questa, come abbiamo cercato di vedere, rischia di essere effimera). Così, il risultato delle nostre azioni è un disamore generale verso le nostre attività. Non stiamo dicendo che lavoriamo male o poco. Anzi molti di noi si immergono totalmente nel lavoro, cercando di svolgerlo al meglio possibile e certamente, da un punto di vista professionale, sono encomiabili. Spesso però, mentre lavoriamo, pensiamo in continuazione cose del tipo “il cittadino va sempre servito bene, è un dovere morale”; “se svolgo bene questa attività avrò un elogio”; “devo portare a termine il lavoro entro oggi altrimenti il capo si arrabbierà”; “non me ne importa niente di questa attività, tanto nessuno mi riconoscerà mai qualcosa”; “oggi sono così arrabbiato che il primo che fa volare una mosca lo tratterò male” e così via. Pensiamo molto, ma giriamo a vuoto, perché non prestiamo attenzione sufficiente a quello che facciamo, perché l’agire, il fluire della vita, è più veloce dei nostri pensieri. Insomma, se il mio problema è fare bene una certa attività, non avrò che da farlo, piuttosto che pensare “devo svolgere bene il mio lavoro”. Questo vale per tutti gli aspetti della vita.
E’ inutile che rincorriamo in continuazione un’idea di come e cosa dovremmo essere. Non serve proclamare, ma realizzare momento per momento. Prestiamo attenzione a quello che facciamo in quel preciso momento, sia essa una certa attività o un dialogo con qualcuno. La presenza, l’attenzione possono essere espressi in ogni momento. Ma come si fa ad essere attenti, presenti ? Non ci aiuta il pensiero. Il pensiero, con i suoi meccanismi logico/matematici di confronto, analisi, sintesi, con i suoi schemi e filtri, con le sue convenzioni, misura in continuazione la realtà: esso ci aiuta a risolvere molti problemi ma, se usato a sproposito, complica la vita, ci separa da noi stessi, dal nostro corpo, dal mondo.
2. riflettere criticamente.
Essere presenti, attenti significa cercare di ristabilire un nesso profondo tra il pensiero e l’azione, tra la mente e il corpo, tra noi e la natura, l’ambiente circostante. Significa restituire un senso profondo alle parole, ricordando che attraverso esse esprimiamo solamente dei segni convenzionali per comunicare, ma che esse non possono rappresentare compiutamente la realtà della vita, che è molto più complessa e mutevole di quanto possa cogliere il nostro pensiero. Presenza e attenzione, però, non significano esclusione del pensiero. Pensare è una attività degli esseri umani, una capacità che è anche una manifestazione della vita, funzionale a risolvere i problemi concreti. Ma tale attività, da sola, non realizza la nostra vita, la nostra natura umana. E’ per questo che occorre riportare questa capacità ad essere uno strumento e non un fine. Quello che è pericoloso non è “pensare” in assoluto, ma avere la pretesa che il tutto, la totalità delle cose, delle persone, della vita stessa, possano essere racchiusi nel pensiero. E’ in questo modo che ci facciamo una “idea” del mondo, senza comprenderlo veramente, perché non lo viviamo. E’ in questo modo che si sviluppano milioni di idee su ogni cosa (la cosiddetta “conoscenza”), su tutto e su tutti e che nascono quelle convenzioni/convinzioni inattaccabili a cui uniformiamo i nostri comportamenti, eternamente immutabili. Questo non è più “pensare” ma, appunto, è “pensiero”, dato una volta per sempre, pronto per essere trasmesso come un bagaglio bello e confezionato, in cui c’è spazio per qualche variante (un paio di calzini rigati anziché monocolore, un fazzoletto ricamato), ma in sostanza ha un contenuto totalizzante valido in ogni situazione. La realizzazione della nostra identità individuale, della nostra natura umana, comporta uno sforzo per smascherare i ruoli e le menzogne
che questi comportano. È una strada per aiutarci a ritrovare quella interezza come esseri umani che il pensiero, le ideologie, tendono a negare, con la loro pretesa di dominare il mondo nelle sue diverse manifestazioni di vita. Inseguendo per secoli l’idea di un essere umano “tipo” che possa dominare il mondo, ci siamo costruiti attorno delle gabbie sempre più robuste che ci hanno separato dal resto della natura, finendo per non riconoscere più noi stessi. Per semplicità possiamo identificare queste gabbie con i ruoli che rivestiamo. E’ attraverso questi ruoli, del resto, che nella società si riproducono meccanismi di ingiustizia e disuguaglianze. Nella realtà, partendo dalla nostra essenza più profonda e vera, possiamo verificare che non esistono differenze tra gli individui rispetto ai bisogni di pace, giustizia, benessere. Eppure viviamo in società fondate su profonde ingiustizie. Questo avviene in tutti gli ambiti della vita sociale, quotidianamente. Stiamo cercando di trovare una strada per cambiare, fondata non sull’ideologia, ma sulla pratica dei valori umani positivi. Il vero cambiamento non parte dalle parole, ma dai fatti come realmente si svolgono. Di questo stiamo parlando e tutto quello che stiamo dicendo è che, dopo un lungo periodo in cui quello che contava di più erano le parole, le belle idee, pensiamo che sia utile trovare la strada per una autentica pratica dei valori. Questo è possibile, non è l’ennesima utopia. Possiamo dimostrare, sulla base della semplice esperienza, che è davvero possibile cambiare e vivere meglio. Proviamo, dunque, a definire sinteticamente alcuni momenti-chiave di questo percorso, che sono individuali, non possiamo delegare ad altri e nessuno può sostituirsi a noi stessi nel farci i conti. L’esercizio chiave, che possiamo mettere in pratica ogni istante della nostra giornata, è attenzione. Avere presenza, attenzione, significa osservare coscientemente, ascoltare. E’ sentire pienamente, con tutti i sensi di cui siamo dotati. Senza separazione dagli altri. Essere presenti, attenti, come premessa alla riflessione critica, che significa poi vivere, pensare al contenuto, al senso del nostro agire, pensare e vivere quello che facciamo, tenendo sempre presente chi siamo e chi è l’altro/l’altra.
3. comunicare attivamente: dalla coesistenza alla condivisione.
Siamo attenti e riflettiamo e, quindi, comunichiamo. La comunicazione come momento strettamente intrecciato agli altri due aspetti è da intendersi come comunicazione attiva, quindi libera da preconcetti e pregiudizi. E’ una comunicazione in cui rapportiamo concretamente il nostro vissuto, la nostra esperienza, il contenuto più profondo, sincero della nostra vita, all’altro/all’altra, che riconosciamo come parte attiva della nostra vita. E’ una comunicazione basata non più sulla semplice e superficiale coesistenza tra noi. Prendiamo al solito il nostro ambiente sociale più vicino. Vi sembra che la maggior parte di noi vada al di là di una semplice coesistenza ? Normalmente i luoghi di presenza coatta non favoriscono uno scambio profondo tra di noi; se a questo aggiungiamo l’ideologia dei ruoli, le maschere che indossiamo, è normale concludere che tra colleghi non andiamo al di là della coesistenza. Superare la coesistenza attraverso la presenza e l’attenzione, la riflessione critica e la comunicazione, significa mettere al centro l’identità vera di ciascuno, significa ritrovare fiducia nel prossimo (in quanto la ritroviamo in noi stessi). Dalla coesistenza si può passare alla condivisione, alla vita sociale cosciente. Possiamo cioè ritrovarci a “stare insieme” in modo non coatto o finto (cioè fine a se stesso, lo-stare-insieme/per- stare-insieme) ma consapevole, basato sulla ricerca dell’altro/altra, in quanto questo non solo ci dà benessere interiore ma è utile per “fare meglio” insieme, per trovare soluzione ai problemi. La comunicazione diventa attiva in quanto, essendo basata sulla nostra presenza attenta, consapevole, favorisce lo scambio delle esperienze, abbatte le barriere che ci separano, smaschera i ruoli. Per fare questo, naturalmente, occorre un po’ di coraggio. Occorre praticare, piuttosto che predicare la lealtà, l’onestà, la solidarietà. Facciamoci una domanda: non occorre forse più coraggio per continuare ad aggrapparci a questo ruolo di individuo competitivo, solo contro tutto e tutti, che deve pensare a sé stesso infischiandosene degli altri, che subisce senza reagire oppure reagisce scompostamente ? Che giovamento possiamo trarre da un atteggiamento passivo, sfiduciato, rabbioso nei luoghi della società in cui viviamo, se non un aumento della nostra frustrazione e impotenza e il lasciare che le cose continuino ad andare in malora ? Chi ha più coraggio: chi rinuncia a praticare la propria essenza di donna o uomo, chi cancella quei valori positivi che soli possono farci stare meglio e aiutare la società a ritrovarsi ? Oppure chi, gettando via la maschera dell’ipocrisia dice a sé e agli altri “guarda, posso vivere meglio io, essere me stesso, lo potete voi, tutti lo possiamo” ? In fondo non c’è nessuna “ricetta miracolosa”, né la pretesa di scoprire chissà cosa in quello che stiamo dicendo. Vivere la vita per quello che è veramente e non per come la dipingiamo può essere utile e facilitare le cose a ciascuno di noi. Può renderci più sereni e farci ritrovare un maggiore equilibrio, consapevolezza. Possiamo essere così ovunque, nel luogo di lavoro, come in casa, a scuola, fra gli altri e in relazione alla natura tutta.
La realizzazione di noi stessi attraverso i valori umani potrà avere diversi risultati. Potremo stare insieme liberamente in modo consapevole (quindi dal cambiamento individuale stiamo passando a quello della società). Nei luoghi della società in cui si affermasse un modo di vivere di noi individui più vicino alla nostra umanità, si riscoprirebbe il gusto di stare insieme, per discutere, di ogni cosa. I rapporti tra le persone potrebbero cambiare ed essere caratterizzati da reciproca sincerità e fiducia. Discussioni che in alcune circostanze possono portare a prendere iniziative comuni, di ogni tipo: ludiche, culturali, sociali, sindacali in senso stretto. Una socialità liberata dai condizionamenti dei ruoli, dalle finzioni, dalle meschinità e dall’opportunismo. Non che tutto questo possa sparire in un colpo, ma la ricerca comune di un’esistenza basata sulla pratica dei valori può portare a migliorare i comportamenti di tutti, a sviluppare una diversa sensibilità. E tutto questo non perché sia un dovere. Semplicemente perché … fa stare meglio.
Presenza, attenzione, riflessione critica, comunicazione attiva: manifestazioni d’individui presenti a noi stessi, in modo consapevole, momento per momento. Il cambiamento parte da qui, è realizzazione, è trasformazione di noi stessi. La base di questo cambiamento è il tratto umano distintivo di ciascuno di noi, ciò che ci accomuna, noi esseri umani d’ogni etnia nei cinque continenti. E’, questa, una caratteristica universale della specie umana: il potersi riconoscere ad ogni latitudine. Questa caratteristica non ha nulla d’opprimente, di riduttivo. Mentre ci riconosciamo come esseri umani, come simili, possiamo al contempo affermare la nostra specificità, le caratteristiche sensibili particolari, differenti per ciascuno di noi. Ciò che tende ad annullare le differenze, ad appiattire l’individualità specifica d’ognuno di noi è l’ideologia del potere e del consumo, l’ideologia dell’avere, cioè la considerazione che ogni uomo ed ogni donna debba ridurre la propria vita, la propria esistenza, entro ruoli ben definiti e limitati, i quali lasciano assai poco spazio alla possibilità d’esprimersi liberamente. Naturalmente l’ideologia della società attuale è il campione di questa impostazione che tende a separarci dalla nostra natura, per ridurci ad un’entità puramente numerica, astratta. In nome di questa astrazione, di questa separazione dalla natura umana, molti di noi mettono i propri interessi sopra quelli degli altri. Questo egoismo distruttivo, cioè il pensare che fare gli interessi nostri è il modo migliore di vivere, viene considerato, nell’opinione comune, come sinonimo di “libertà” dai vincoli che ci impone la società. Appena riflettiamo più a fondo, però, possiamo riconoscere che questo egoismo rappresenta il primo ostacolo alla libertà individuale.
Titolo II:
da dove partire per cambiare. Il nostro egoismo distruttivo.
L'egoista distruttivo è una persona che, fondamentalmente, mette i propri interessi al di sopra di tutto e tutti. Costui vive nell’idea che la propria persona valga più delle altre. Nella logica della affermazione competitiva non c’è spazio per l’attenzione agli altri. Se però ci riflettiamo, questo aspetto della mancanza di attenzione verso gli altri, ancora non è quello più negativo. In verità il tratto più negativo non è nella separazione/estraneità dagli altri, bensì in primo luogo nella estraneità da noi stessi. Cosa pensa, infatti, l’egoista distruttivo ? “Io sono più importante degli altri, pertanto devo pensare prima a me”.
Il suo problema, però, è che “pensa” realmente molto poco, e male, a sé stesso.
Se riconoscessimo che il nostro tratto fondamentale è “umanità”, se sentissimo questo, riconoscendo la nostra identità –abbandonando il ruolo e le idee dietro le quali giustifichiamo il nostro comportamento- rifletteremmo che la nostra identità è simile a quella del resto degli esseri umani. Del resto, la realtà è che il nostro dolore, le nostre gioie, le nostre difficoltà, i nostri piaceri, sono esattamente uguali e presenti in tutti gli esseri umani, di ogni luogo e popolazione.
Per questo possiamo dire che ogni-individuo-E’-il-mondo/il-mondo-E’-l’individuo.
Ogni azione negativa esercitata sugli altri è un’azione negativa su noi stessi e viceversa. Ogni azione negativa, ogni ingiustizia presente nel mondo è un’ingiustizia ai danni di ogni individuo. C’è, in sostanza, un sottile e invisibile filo che lega il destino di tutti noi esseri viventi. Il carico di ingiustizie (o di giustizie) è un carico che tocca ogni individuo.
Di conseguenza è possibile diventare consapevoli che tutto quello che facciamo, possiamo farlo meglio insieme agli altri e che, in buona sostanza, possiamo vivere meglio, comunicando attivamente e cooperando tra individui, ottenendo risultati di gran lunga superiori e più soddisfacenti per tutti/e. Possiamo renderci conto, cioè, che il nostro egoismo è male indirizzato (escludere gli altri), mentre invece quello che serve è , vogliamo essere paradossali, un “sano egoismo”, cioè aprirci agli altri e vivere meglio, riconoscendo in primo luogo la nostra identità umana e prestando attenzione a noi stessi.
Così, abbiamo visto, l’egoismo distruttivo, l’egoismo personale, è il primo ostacolo alla libertà individuale. Infatti, quale libertà può esserci se sfuggiamo alla nostra umanità profonda, se ci separiamo da noi stessi, inseguendo idee che ci allontanano dalla natura ed essenza delle cose, del mondo, della vita ? L’egoismo distruttivo è la gabbia più forte che noi esseri umani ci siamo costruita attorno, con il pensiero e le idee. Esso impedisce di trasformare la nostra vita e si contrappone ad ogni cambiamento cosciente attorno a noi. Per questo motivo l’egoismo distruttivo, con tutti i suoi risvolti, edonismo, strumentalità, opportunismo, possessività, qualunquismo, ecc. è massimamente coltivato da coloro che sostengono il modello sociale e culturale dominante, in quanto attraverso esso si esercita una forma di controllo profonda su ciascuno di noi, per negare fin dalle origini ogni possibilità di cambiamento.
2. tenere presente, quotidianamente, l’egoismo distruttivo.
Dunque, cosa è questo egoismo distruttivo che ci eleva al disopra di tutto e tutti,
se non l’espressione del pensiero astratto, di un approccio alla vita all’insegna dell’estraneità, della separazione da noi e dagli altri ?
L’egoista distruttivo, infatti, inseguendo l’idea di una affermazione di sé al di sopra di tutto e tutti, non fa che rinunciare a vivere la propria esistenza nella sua interezza, separandosi dalla natura, dai suoi simili, dal mondo. Apparentemente trova felicità in questo percorso, in realtà passa la vita a recriminare per i risultati non raggiunti, non comprende il senso della sua esistenza.
Come diventiamo egoisti ? Senza accorgercene, giorno dopo giorno, accettando dapprima di lasciarci confinare in ruoli precisi e prendendoci solo le responsabilità che comportano questi ruoli, così dando per scontato che, con questa suddivisione, possiamo rinunciare a prenderci altri tipi di responsabilità.
Poi abbassando il livello di attenzione verso noi stessi e la nostra qualità di individui naturali, sensibili.
Ancora, riducendo il grado di riflessione critica, utilizzando in suo luogo le opinioni comuni, il cosiddetto “buonsenso”, le idee astratte.
Infine riducendo la comunicazione a mero scambio di idee e luoghi comuni. Così, giorno dopo giorno, mettiamo da parte la nostra individualità e costruiamo il nostro egoismo, il regno dell’isolamento nella società. In questo modo rinunciamo alla libertà autentica, quella basata sulla realizzazione di noi stessi. Naturalmente questo ha ulteriori conseguenze.
Che tipo di libertà è quella a cui aspira l’egoista ?
E’ una libertà fondata sulla tensione al possesso, alla proprietà. Dietro l’idea che come esseri umani possiamo dominare il mondo e la natura, attraverso il pensiero, si nasconde l’idea del possesso delle cose e degli stessi esseri umani. In questo modo si combina l’ideologia che giustifica l’esistenza della proprietà privata (non parliamo della proprietà delle cose necessarie a sopravvivere, ma della grande proprietà privata, come processo di accumulazione), che si è affermata storicamente, accompagnata da guerre di conquista fino alla nascita del moderno capitalismo, con l’ideologia dell’egoismo, cioè dell’individuo che vuole affermarsi al di sopra di tutto e tutti (nel caso sia un individuo “vincente”), o che si faccia “i fatti suoi” in ogni circostanza (nel caso sia un individuo “perdente”).
Questa società fondata sulle ingiustizie e sulle disuguaglianze, che esercita un rapporto di dominio sulla natura e sugli individui, ha costruito le proprie giustificazioni ideologiche e filosofiche a difesa della proprietà: l’egoismo individuale, il fine che giustifica i mezzi, la riduzione di ogni essere vivente e di ogni manifestazione della vita ad un valore puramente numerico e mercantile. La logica del possesso non ci guida solo nei confronti delle cose. Basti pensare a come questa logica si è affermata nelle relazioni umane: nessuno spazio è immune, dalla famiglia al lavoro, al rapporto fra i generi.
Il modo di affrontare il cambiamento sociale, verso un sistema più democratico e giusto, in cui non esistano disuguaglianze, in cui ci sia equità nella distribuzione delle ricchezze, in cui ci sia pace e benessere per tutti, non ci sia spazio per il razzismo, per ogni tipo di discriminazione, etnica, religiosa, sessuale, non dipende soltanto dai “programmi generali”, dalle proposte sindacali e politiche che si possono fare in tal senso. Stiamo cercando di dire che se non mettiamo in gioco noi stessi, in prima persona; se non facciamo i conti con le nostre contraddizioni; se non ci sforziamo di liberarci dalla schiavitù delle ideologie, di realizzare anziché predicare valori autenticamente umani, di vivere consapevolmente e perciò essere presenti e attenti, riflessivi critici e comunicatori attivi; se noi individui non rinunciamo al nostro egoismo riconquistando la nostra individualità sociale, ogni proposta di cambiamento sarà destinata a produrre effetti solo in superficie, in quanto puramente esteriore, cioè ideologica. Sarebbe come proporre ad una persona che ha un brutto segno sul collo di mettere una sciarpa per coprirlo: il segno rimane, non conta quanto sia bella la sciarpa, se sia fatta di seta o di lana.
Un secolo fa l’individuo si identificava in modo diretto con la propria organizzazione sociale, perché sapeva che questo tipo di organizzazione era cucita addosso alle proprie condizioni di esistenza: io sono una donna, un uomo che lavora in condizioni di vita bestiali, sopra di me c’è il padrone che mi sfrutta oltre ogni limite. Devo difendermi, ma non posso farlo da solo, per questo mi unisco e lotto con gli altri lavoratori. Non c’era mistificazione. Questo agli inizi. La base materiale, il contenuto, coincideva con la sua espressione, la forma. Poi le cose sono cambiate. Il contenuto, cioè la società, le donne e gli uomini, sono profondamente mutati. Oggi abbiamo a che fare con una società complessa, almeno apparentemente. Con le lotte, i ceti popolari hanno conquistato sempre maggiori diritti e nuovi spazi democratici. Allo stesso tempo la composizione della società si è articolata con il formarsi di numerose classi intermedie. Le ideologie dominanti si sono affinate non potendo più giustificare con la croce e la spada il dominio di pochi su molti. Dalla combinazione tra esigenze della società e interessi di chi comanda, attraverso una lotta e trasformazione incessanti, sono scaturite una relativa distribuzione di ricchezza sociale e la diffusione della cultura al livello di massa. Questi mutamenti sono stati accompagnati da modelli culturali che sono serviti a giustificare un sempre maggiore consumismo. Nelle società del cosiddetto “benessere” noi individui siamo stati indotti ad allontanarci dai precedenti valori, fondati sull’identità umana e a mettere in luce il nostro egoismo, utile per alimentare una spinta sociale al consumismo. In questa opera di allontanamento dai valori umani, facendosi sempre più complessa la specializzazione del lavoro e articolata la composizione della società, si è affermata la logica dei ruoli, che ha completamente mistificato l’identità originaria di noi individui. L’ideologia è servita a costruire il mondo dell’apparenza. Tutti, o quasi, improvvisamente ci siamo sentiti “onnipotenti”, in grado di raggiungere grandi risultati. Le differenze sostanziali nella collocazione sociale sono nascoste da un apparente benessere alla portata di tutti. La possibilità teorica, per tutti, di avere una casa, un’auto, dei bei vestiti, di viaggiare, di studiare, di fare carriera, è il fine ultimo della nostra vita, per il quale siamo disposti ad essere ingranaggio del mercato globale competitivo. Basta avere un lavoro “decoroso”. Per coloro che non ci riescono rimane la speranza di farcela. Poco a poco nella nostra società si è fatta strada l’ideologia dell’avere. Abbiamo scambiato l’”avere” con l’”essere”. Basta avere per sentirci realizzati. Le forme si sono sostituite al contenuto e in tal senso le organizzazioni sociali, sindacali, culturali, politiche, che agli inizi erano più vicine al contenuto, hanno cominciato a far primeggiare l’importanza della propria forma.
Noi individui nella società attuale dedichiamo le nostre forze ad accrescere, a rafforzare questa forma. Le organizzazioni hanno preso il sopravvento sulla gente, sono diventate spesso fini a sé stesse, sempre più potenti e lontane dai nostri interessi. D’altra parte questo si è combinato con una auto-estraniazione da parte di noi stessi individui. Abbiamo consentito a queste organizzazioni di
diventare veri e propri apparati, con loro funzionari, ai quali delegare la soluzione di singoli problemi. La forma, che prima era incollata al contenuto, se ne è staccata. Ma il problema vero non è cercare di ricucire forma e contenuto. Il problema vero è che noi individui viviamo nella società odierna da estranei. Con un contenuto così mutato la vecchia forma associativa (sia essa sindacale o quanto altro) non ha più nessuna possibilità di riuscire. Torniamo, allora, al contenuto. Ecco il parallelismo con la situazione di due secoli fa. Due secoli fa, abbiamo visto, i lavoratori si diedero delle forme di organizzazione adeguate alla propria coscienza. Era una coscienza elementare, istintiva se vogliamo, dettata dalle condizioni di esistenza in forma di semi schiavitù.
Il lavoratore/la lavoratrice aveva una propria identità, non mistificata in alcun modo. Doveva sopravvivere e difendersi, non poteva farlo in altro modo che cooperando con gli altri. Dal canto suo il padronato, in tutto questo tempo, ha solo cambiato faccia, cercando di nascondere i suoi aspetti più odiosi, anche se fuori dai paesi occidentali mostra più apertamente il suo vero volto: opprimente, violento e mortifero verso gli individui.
1. un allarme dalla società.
Volontariato, impegno civile, sociale, culturale: i vari campi di intervento umano attraversano un momento di grande crisi e difficoltà. Noi esseri umani ci stiamo aggrovigliando in una crisi di identità e di valori di cui avvertiamo la gravità. Mancano le risposte. Tutti, più o meno, pensiamo di far fronte alle urgenze proponendo un qualche tipo di idea nuova, o rispolverandone di vecchie. Costruiamo e ricostruiamo incessantemente livelli di intervento e di organizzazione nuovi, con risultati qualche volta accettabili, più spesso disastrosi, quasi mai pienamente soddisfacenti. Continuiamo a curare i nostri interessi rivestendoli di belle parole, di “idealità” e buoni propositi ma, scavando appena, possiamo renderci conto che stiamo riproponendo le stesse logiche di potere e autorità di sempre.
Per questo il livello di partecipazione degli individui si riduce sempre più, non trovando, le persone più consapevoli, una adeguata risposta alle proprie domande ed esigenze di realizzazione. Tutti i luoghi attraversiamo, ma nessun luogo ci appartiene più, continuando a rimanere estranei fra noi. Ogni associazione è un “rifugio” in cui noi partecipiamo (quando partecipiamo) come un momento, un episodio separato dal resto della nostra vita. In quel momento, mentre ci dedichiamo ad una attività di aiuto agli altri, o di crescita culturale, mettiamo da parte il resto della nostra vita, come fossimo un’altra persona. Finito quel momento, nella quotidianità del nostro lavoro, del nostro studio, della nostra presenza nella società, spesso torniamo ad essere estranei. Così il nostro cambiamento, e quello altrui, restano legati ad un “gioco delle parti”.
Le associazioni sono spesso dei “ghetti” a cui rimandiamo la parte migliore di noi stessi, in questo modo rinunciamo però a realizzare i valori umani nella loro complessità e unità.
In questo contesto quasi tutto l’associazionismo vivacchia ai limiti della sopravvivenza, oppure si dedica in maniera aperta a fini di lucro e di potere.
2. un allarme per una prospettiva nuova.
Occorre un grande coraggio per una prospettiva completamente nuova. Se la forma associativa (sindacato e quant’altro) non corrisponde più al suo contenuto (la società) e se noi individui, non avendo più consapevolezza di noi stessi e la forza di una prospettiva, non ci identifichiamo più in alcuna organizzazione, occorre avere il coraggio di rovesciare il rapporto forma/contenuto, in quanto le forme organizzate “tradizionali” sono ormai del tutto inadeguate a comprendere e rispondere ai cambiamenti della società. Occorre tornare al contenuto, tornare alla società, in una forma completamente nuova che non è possibile definire in modo preciso già da oggi. Ci troviamo di fronte ad una autentica emergenza sociale: il soggetto principale di ogni cambiamento, il contenuto fondamentale della società, l’individuo, è estraneo a sé e al mondo.
Dobbiamo lanciare un segnale forte, di immediata comprensione, un autentico S.O.S., un aiuto che insieme è un invito alla società tutta, agli individui che vivono nell’isolamento.
Dobbiamo abbandonare ogni etichetta, ogni abitudine, ripartendo dal contenuto.
Capitolo quarto
il sindacato unitario libertario
1. Essere SOCIETA’
a) Premessa.
Tornare al contenuto, oggi, significa che dobbiamo abbandonare ogni forma tradizionale e immergerci nella società, rovesciando completamente i termini della questione.
Non più partire dalle idee, dagli schemi noti e abituali, perché questi non corrispondono più alla realtà.
Le organizzazioni sociali vengono considerate come qualcosa di estraneo da noi stessi, a cui delegare tutto e che devono prendersi ogni responsabilità in quanto il costume mentale degli individui, ormai, attribuisce all’organizzazione, al “rappresentante” (sindacalista, coordinatore, segretario, presidente, ecc.) un ruolo preciso, sostitutivo della partecipazione in prima persona.
Nella logica distruttiva che ogni cosa ha un valore commerciale, la tessera associativa finisce per corrispondere a una “quota” di partecipazione come se l’organizzazione fosse una S.p.a.: manteniamo questa iscrizione, questa quota, solo fintanto che ci rende degli “utili”, dei vantaggi. Se andiamo a fondo nell’analisi di questa situazione, vediamo che i nostri comportamenti sono determinati dal fatto che la realtà viene completamente mistificata e distorta.
Siamo prigionieri di una grande illusione: che facendoci i fatti nostri, rimanendo dissociati dagli altri, curando interessi puramente personali ed egoistici, viviamo meglio. Nonostante questa estraneità fortissima, nonostante che come individui pensiamo e ci comportiamo come completamente indipendenti gli uni dagli altri, nella realtà siamo profondamente legati. Il problema è che non ne siamo consapevoli.
E’ da questa interdipendenza che nascono i prodotti e le ricchezze di cui pochi beneficiano in grande quantità. Così la società con tutto il suo contenuto, noi individui, donne e uomini, lavoratrici e lavoratori, giovani, anziani, migranti e stanziali, continua ad essere un universo di interessi che non riconosciamo più come comuni e che, non casualmente, è sempre più distante da tutte quelle forme che sono nate per “rappresentarla”, vale a dire istituzioni, partiti, sindacati, enti e organismi di varia natura. La spinta dell’attuale sistema, costruitosi nel tempo, a trasformare noi individui in prodotti mercantili; la spinta a cancellare la nostra natura umana, accompagnata da un pensiero e una ideologia che giustificano questa estraniazione, insieme alla rinuncia da parte nostra a condurre un’esistenza basata sulla realizzazione della nostra identità e dei valori umani profondi, ha portato ad una gigantesca mistificazione della realtà.
Socialmente parlando, viviamo nell’idea di poter fare a meno gli uni degli altri, separati dalla nostra natura, pur continuando a collaborare e produrre ogni ricchezza sociale, economica, culturale, ma del tutto inconsapevoli del vero significato di questa collaborazione. In questo senso viviamo con l’idea che forme esterne (estranee) a noi stessi debbano “occuparsi” di tutta una serie di aspetti della nostra vita. Nella rinuncia alle responsabilità da parte di ciascuno di noi si cela l'idea che la nostra vita possa ridursi ad uno "spezzettamento", ad una frantumazione, per cui possiamo occuparci di alcune cose e non di altre. L’ideologia del pensiero come dominatore della natura, della razionalizzazione di ogni fenomeno del mondo e della società, ha portato a considerare ogni azione, ogni gesto, ogni aspetto della vita come riconducibile a schemi precisi, la cosiddetta “norma” o normalità, buon senso, opinione comune, regola.
Ciò che è giusto e ciò che non è giusto non è più stabilito sulla base della specifica realtà, ma sulla base di idee astratte, sempre valide in ogni circostanza e per tutti. Il sistema di vita sociale ha prodotto numerose “autorità” estranee a noi, che si occupano di stabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è. Queste autorità si prendono le responsabilità al posto nostro, occupandosi di tanti aspetti della nostra vita e noi le lasciamo fare, perché abbiamo l'idea di non poter seguire tutto, che questo sia più efficiente e che esse siano in grado più di noi di determinare fisicamente, con precisione scientifica, ciò che è “normale” e “giusto” da ciò che non lo è. Guardiamo la nostra vita abituale e scopriremo che è così. Quotidianamente rinunciamo a una parte di noi stessi, della nostra identità, perché c’è una autorità per ogni cosa: sul lavoro lasciamo che siano i sindacati (i sindacalisti) a occuparsi dei nostri diritti; all’educazione dei figli ci pensa la scuola (gli insegnanti), in combinazione con la Chiesa (i religiosi), con la televisione (i giornalisti); all’impegno sociale ci pensano le associazioni di volontari; per la nostra formazione culturale ci affidiamo ai consigli degli “esperti”; siamo grandi divoratori di oroscopi, saggi su come avere successo e riponiamo tutte le nostre aspettative in cambiamenti esteriori, per questo investiamo molto in scommesse e lotterie, aspettando sempre un futuro che non verrà. Schiere di pensatori, sociologi, esperti in comunicazione, economisti, scienziati, propagandisti della new-age e della psicanalisi fai-da-te si occupano ventiquattro ore su ventiquattro della nostra vita. Per finire, sopra tutti, i “politici”.
Tutto questo non risponde alle domande più di fondo della nostra esistenza, è solo un apparato ideologico che ci condiziona e tiene ancorati alla finzione dei ruoli, rimandando sempre a “domani” la realizzazione della nostra esistenza.
La vita, però, è qui ed ora, attimo per attimo, non “domani”.
b) a quale società ci riferiamo.
E' in questo tipo di società, con il suo contenuto, che noi individui dobbiamo immergerci, agire. Nessun cambiamento sociale è possibile se non ritroviamo, anzitutto, noi stessi. Per questo la società reale, con tutto il suo contenuto, così come essa concretamente vive e non come vogliamo dipingerla, deve tornare ad essere il punto di partenza. Una società in cui poniamo enorme attenzione agli individui, a noi stessi, a come pensiamo, agiamo, sentiamo, momento per momento. Questa società, la parte di essa che ci sta a cuore, la vogliamo indipendente dalle istituzioni, perché mantenere l’indipendenza da queste significa prendere le distanze dall’ideologia delle autorità sopra gli individui e distinguere nettamente gli interessi delle classi subalterne da quelle che gestiscono le leve del sistema.
Agire nella società non significa proclamare e propagandare principi di giustizia ma realizzare comportamenti diversi, che facciano da esempio concreto.
Occorre creare le condizioni per una socialità libera e consapevole, ma per fare questo è necessario aiutare costantemente gli individui a ritrovare la propria identità nella società. Non serve blandire o adattarci al pensare comune degli individui. Neppure basta indirizzare tutte le critiche a chi decide per noi. Come parte della società interessata al cambiamento, dobbiamo fare un gigantesco sforzo per ritrovarci. Questo avverrà solo se noi individui lo vorremo, nessuno può pensare di imporre alcunché a qualcuno. Occorre un costante spirito critico per impegnarci in questa opera di trasformazione, realizzando quotidianamente i valori umani fondamentali, mostrando a tutti le meschinità dovute all’egoismo personale, tutta la inutilità di un’esistenza passata all’insegna dell’isolamento. L’inganno della finta e apparente libertà concessa a ognuno può essere svelata solo grazie all’esempio concreto di una esistenza autenticamente libera (liberata), del come si può vivere con gioia essendo noi stessi e non un’altra cosa, un’”idea” di essere umano.
Questa parte di società che dovesse ritrovarsi sulla base di una rinnovata consapevolezza, scoprirebbe la fortissima interdipendenza fra gli esseri umani. In questo modo verrebbe alla luce che la distanza tra la società e le istituzioni, non è determinata da una organizzazione sociale liberamente scelta, ma dalla costituzione di interessi contrapposti che si sono formati nei secoli e che vedono, da una parte, la maggioranza di noi uomini e donne, la comunità produttrice, la stragrande maggioranza della società, e dall’altra una minoranza che cerca di trarre i maggiori vantaggi possibili dalle fatiche dei molti, vale a dire i ricchi proprietari, grandi industriali, finanziari, banchieri, speculatori di ogni genere.
Questa realtà, oggi, non è comprensibile, non è comunicabile agli individui se non sotto forma di opera costante di smascheramento e demistificazione della realtà.
Allo stesso tempo, ci basiamo sulla considerazione, storicamente fondata, che uomini e donne nel corso della propria esistenza lottano contro quelle forze che costantemente prevaricano e sfruttano. Esiste, contro ogni volontà di sopraffazione, contro ogni coercizione, una rete di esseri umani che resistono, costituita dalle infinite relazioni e intrecci che ogni individuo stabilisce quotidianamente. Una rete di relazioni e di collaborazione interumana che consente di sopravvivere e mantenere la speranza in una vita migliore. E’ a questa rete di legami di solidarietà che vogliamo riferirci, perché diventi la base consapevole del possibile cambiamento esistenziale e sociale degli individui.
c) vogliamo assumerci un compito.
Vogliamo assumerci il compito di portare costantemente alla luce l’essenza di noi individui ciò che realmente siamo, attraverso ciò che scegliamo di essere, cioè vivere realizzando la nostra identità. In fondo, stiamo dicendo che occorre un intervento sociale che è una sola cosa con la nostra stessa persona. Chi è, infatti, un “buon attivista sociale”? E’ una persona onesta, “perbene”, che crede nell’umanità, nell’aiuto reciproco, che “sente” le ingiustizie con la propria umanità tanto da reagire, in quanto significa vivere non estraneo alla propria natura, non isolato dal proprio simile, significa vivere in quel preciso momento. Ecco, il sindacato sociale unitario, solidale e libertario che vogliamo costruire è costituito da coloro che scelgono di vivere onestamente la propria vita, momento per momento, a viso aperto. Un sindacato che può aiutare a rompere l’isolamento fra noi individui, per battere passività, sfiducia e rassegnazione, per vivere meglio.
Tutto questo non ha, concretamente, nulla a che fare con una qualsiasi specie di organizzazione intesa come un luogo di scambio di interessi, di diritti.
Per comprendere, facciamo un esempio. Quale è generalmente l’opinione comune rispetto all’impegno sociale ? Si pensa che “l’impegno è inutile, tanto non cambia nulla, ci sono gli “specialisti”, gli “esperti” ai quali delegare la soluzione dei vari problemi, a impegnarsi in prima persona ci si rimette soltanto.”
Questa opinione non possiamo cambiarla con le parole. Né possiamo sostituirci all’individuo e prendere decisioni al suo posto, contando sul fatto che, tanto, questo ci delega totalmente.
Da parte nostra, non dovremo fare assolutamente nulla, salvo che dire sempre e in ogni circostanza esattamente come stanno le cose, cioè la verità. Quando, in una certa occasione, qualcuno si rivolge a noi chiedendo di attivarci su quel determinato problema, non dovremo fare altro che rispondere che va bene, faremo qualcosa, ma solo se lo farà lui per primo o, almeno, insieme a noi. Il nostro comportamento, in questo caso, corrisponde a diversi obiettivi:
Le nostre iniziative dovranno essere, essenzialmente, indirizzate a far crescere il protagonismo degli individui insieme agli altri, cioè in forma collettiva, non da soli. Questo avverrà attraverso una cura particolare della comunicazione. Il nostro linguaggio dovrà rinnovarsi, all’insegna della semplicità. Dovrà essere diretto, non ideologico e utilizzare tutte le forme odierne di espressione. La comunicazione dovrà essere attiva: non contrapposizione di idee ad altre idee. In tal senso noi stessi cercheremo di impegnarci per mettere in luce la nostra identità: vivere nel luogo di lavoro come in ogni altro luogo sociale non come qualcosa di “altro” dalla nostra esistenza ma come un momento e uno spazio con la sua specificità, però profondamente parte della nostra vita. La realizzazione dei valori umani, onestà, lealtà, spirito di fratellanza, deve avvenire in ogni luogo della nostra esistenza. Essere questo, manifestarlo per quello che è agli altri, questo il nostro compito principale, attraverso la comunicazione attiva. Parlare di tutto a tutti, prestando attenzione e riflettendo criticamente. Sarà il valore del nostro esempio a far nascere domande e dubbi, a suscitare curiosità e interesse nei colleghi di lavoro. Questo potrà essere l’inizio di un cambiamento. Questo cambiamento dovrà essere sostenuto, da parte nostra, animando e suscitando una socialità libera, come possibilità per gli individui di ritrovarsi assieme consapevolmente, per discutere, divertirsi, prendere decisioni, progettare, fare.
La comunicazione attiva sarà all’insegna dello scambio reale tra individui, per smascherare i finti ruoli e le false e preconcette idee, per tornare all’essenza di ogni donna e uomo, per riscoprire la nostra identità e quella degli altri, ritrovando fiducia nella specie umana e nelle possibilità di cooperazione. Presenza, attenzione, riflessione critica e comunicazione attiva come nostro intervento nella società. Mezzi che possano aiutarci ad attivare quella ricerca per riscoprire la nostra/altrui identità. Dall’identità individuale a quella collettiva attraverso forme, diverse da situazione a situazione, per stare insieme liberamente. La socialità libera come terreno su cui edificare una società che prende consapevolezza e che tende ad emanciparsi da coloro che vogliono dominarla. Il senso di un percorso nuovo sta nel ripartire da noi individui sociali, premesse soggettive del cambiamento. Questo è possibile in quanto, pur essendo in atto un tentativo di cancellare l’identità originaria di ogni essere umano, continua ad emergere, in milioni di gesti e forme quotidiane, spesso isolate e disperate, un insopprimibile istinto di sopravvivenza e ribellione da parte degli individui.
Questi gesti vanno dalla solidarietà improvvisa che mettiamo in pratica verso chi è più debole, alla disobbedienza civile o verso gli ordini di un capo, alla scelta estrema del suicidio come rifiuto ad assoggettarsi, alla lotta eclatante in un posto di lavoro e tanti, tanti altri. Questi gesti non derivano sempre da scelte consapevoli ma anche nella loro istintività è rintracciabile la natura di ogni donna e uomo, quella che ci spinge a soddisfare il bisogno di pace, benessere, giustizia, libertà. Adesso vogliamo cercare di dare un senso a questi gesti, sapendo che la cooperazione tra noi individui è l’arma perché i valori positivi possano affermarsi nella società. Vogliamo raccogliere e rilanciare un SOS come possibilità per gente onesta, che non deve barattare nulla per vivere onestamente, nessun tipo di diritto, nessun tipo di garanzia. Batterci, piuttosto, assieme agli altri, in ogni luogo della società, affinché i diritti siano estesi a tutti, affinché nessuno resti escluso.
Un SOS dalla/per la società della cooperazione e della interdipendenza, contro ogni tipo di esclusione, di discriminazione, di disuguaglianza, di razzismo.
Individui, donne e uomini, parte della società che sceglie di vivere nella realizzazione di valori umani, sapendo che questa opera di trasformazione parte da noi stessi, che la realizzazione dei valori positivi non significa che immediatamente e per sempre riusciamo a liberarci dall’egoismo sociale distruttivo, però, questo sì, scegliamo consapevolmente un percorso di cambiamento concreto, da noi stessi a tutta la società, in un’opera di trasformazione sociale e culturale che ci liberi dallo sfruttamento, dal profitto, da ogni autoritarismo.
d) Società plurale e pluralista.
La società a cui ci riferiamo è plurale, cioè formata dai diversi settori sociali con le loro caratteristiche specifiche e le loro esigenze particolari: donne e uomini, giovani e anziani, italiani e stranieri, lavoratrici/lavoratori, dipendenti, artigiani, disoccupati, precari, atipici, studenti e pensionati. L’insieme di questi settori, tutti noi individui formiamo una società necessariamente pluralista, in cui la libertà di espressione e di pensiero è, anzitutto, quella di chi la pensa diversamente. Sarà il comportamento materiale, la realizzazione dei valori umani quali onestà, lealtà, spirito di cooperazione, a legarci gli uni agli altri, a prescindere dalle nostre opinioni, dalle idee astratte. Questo ci piacerebbe vedere affermarsi nella società.
Una possibilità, dunque, affinché nella società gli individui, a partire dai settori sociali più deboli, coloro che più soffrono e sono colpiti dalle ingiustizie sociali, comincino a riconoscersi portatori di valori e interessi contrapposti a quelli delle controparti e che ci accomunano a prescindere dalle differenze di opinione politica, di etnia, di religione, di sesso, o di collocazione nella scala sociale. Pluralità e pluralismo significa che la società per cui può valere la pena lottare, pur essendo costruita a partire da specifici settori, viene vissuta come un luogo della partecipazione aperto, un orizzonte e un futuro in cui le diverse soggettività in campo abbiano la possibilità di esprimersi liberamente, confrontarsi, condividere valori e metodologie di cambiamento, di liberazione.
2. Essere organizzati in forma nuova
a) l’organizzazione sociale attuale.
Premessa: il mondo odierno.
Siamo entrati nel secondo millennio e, nonostante gli enormi progressi scientifici, la nostra civiltà vive problemi drammatici. Da un punto di vista materiale viviamo in questa situazione: guerre e terrorismo, devastazioni ambientali, piaghe sanitarie, profonde ingiustizie sociali, ecc. La maggioranza della popolazione mondiale vive senza protezioni sociali, senza sufficienti mezzi di sussistenza.
Da un punto di vista esistenziale, pur vivendo in società sempre più popolose, soffriamo di solitudini infinite. Disgregazione, senso di abbandono e di vulnerabilità colpiscono moltissimi di noi. Viviamo male le nostre relazioni sociali, all’insegna di incomprensione e insoddisfazione. In una parola non ci sentiamo felici.
Siamo in molti a cercare delle risposte ma sembriamo capaci di riproporre quasi sempre vecchie e dannose logiche di competizione e potere. Tutti ne risentiamo, in ogni angolo della società, dalla famiglia, al lavoro, all’educazione, al tempo libero.
Globalmente avremmo enormi conoscenze, mezzi e risorse in più di un secolo fa, per stare tutti meglio, ma diciamo la verità: stiamo sempre peggio, dal punto di vista materiale, ma soprattutto della esistenza umana. Crescono insoddisfazioni e malesseri.
È opinione comune che le colpe di questo degrado della società siano da addebitare “agli altri”. Passando da un’opinione all’altra è colpa del “mercato globale”, oppure del “sistema politico-economico dominante”, o ancora di questo o quel gruppo di potere. Tutti abbiamo una soluzione in tasca, una specie di “lista della spesa” in cui sono elencate le cose che non vanno, quelle da cambiare, insomma un modello sociale alternativo e indichiamo la strada per realizzarlo.
Ma è proprio così ? E’ tutta colpa di questo o quel governante ? Di questa o quella ideologia e partito ? E la soluzione sta nell’avere la “lista della spesa” giusta ?
… e se fossimo noi la causa dei nostri mali ?
Provocatorio ? Non tanto, se ci riflettiamo bene. Ognuna, ognuno di noi vive chiuso nel proprio “piccolo mondo” (fatto di amicizie, affetti, ruolo nella società). Senza accorgercene ci isoliamo sempre più dai nostri simili. Abbiamo fatta nostra l’idea che si può fare a meno degli altri e accettato di vivere in eterna competizione con il prossimo. Così abbiamo messo in un cassetto la nostra identità, il tratto umano complessivo che ci rende simili gli uni agli altri, con i nostri bisogni di pace, benessere, giustizia. Oggi competizione e individualismo sono gli aspetti predominanti della nostra società. Stiamo dimenticando, purtroppo, che tutti i più importanti progressi sociali sono stati raggiunti grazie al lavoro, ai sacrifici comuni, alla collaborazione di tanti individui.
Abbiamo smesso di cooperare fra noi, quindi di partecipare attivamente, lasciando fare nei vari campi della vita a poche persone, gli “specialisti”, attraverso la delega in bianco dei nostri interessi. Vari gruppi di potere, partiti, sindacati, associazioni, istituzioni, pensano e decidono al posto nostro, combinando disastri di ogni tipo.
In questo modo permettiamo ad altri di costruire la loro autorità nella società e nel mondo e, in ultima analisi, su noi stessi. Rifiutiamo, in altre parole, di ammettere una verità semplicissima: tutti noi esseri umani siamo interdipendenti, non possiamo fare a meno dell’altro per vivere, come è vero che anche l’altro ha bisogno di noi.
Il risultato del nostro rifiuto è che la nostra umanità si inaridisce nella competizione quotidiana per il guadagno, il potere, il consumo, il possesso, ecc.
Perché ci comportiamo così ? Siamo prigionieri dell’egoismo ?
L’egoismo individuale si diffonde, attraverso i nostri comportamenti, all’intera società: guerre, razzismo, violenza, ingiustizia, incultura, tutto questo si fa strada grazie alla nostra passività, sfiducia, mancanza di collaborazione, disimpegno.
Se ci riflettiamo non è importante mettere in rilievo quanto è ingiusto questo sistema, quanto “cattive” sono le controparti. Lo sappiamo, abbiamo gli strumenti per saperlo. Il problema vero è comprendere quale è l’atteggiamento che ognuno di noi assume di fronte a tutto questo.
Il sistema di potere attuale è organizzato in modo da soddisfare le esigenze di pochi. Per mantenersi ha bisogno di una società disunita e competitiva. Noi individui, uno per uno, contribuiamo accettando di vivere con il coltello fra i denti, facendo venire meno cooperazione e spirito di fratellanza. Solo in parte ci viene “imposto” questo sistema, in realtà ne siamo gran parte responsabili. La competitività e l’isolamento rispetto agli altri, d’altra parte, alimentano le nostre paure. Ci sentiamo più soli, dunque indifesi.
L’egoismo genera in noi paura e violenza. Si diventa razzisti e violenti perché siamo attaccati al nostro piccolo mondo che abbiamo accettato di mettere in competizione con tutto e tutti. Ma è proprio questa paura e insicurezza che ci rende più deboli e oggetto di prepotenza e arbitrio. Senza cooperazione, senza fratellanza, siamo tutti meno difendibili, viviamo tutti più insicuri, tutti meno protetti.
Come possiamo pretendere che la società sia organizzata secondo principi di giustizia, se noi per primi pratichiamo esclusione e disinteresse per il prossimo, se rinunciamo a partecipare alla gestione della vita pubblica (sia essa a livello sindacale, che politico, culturale, ecc. ), lasciando che si affermino potere, autorità e arbitrio da parte di individui e gruppi di potere ?
Come pretendiamo di vivere nel benessere personale se non ci preoccupiamo del benessere di tutti, se accettiamo le ingiustizie ai danni altrui ?
Come pretendiamo di essere liberi se chiudiamo le porte agli altri, se accettiamo che la società escluda una parte di esseri umani dai nostri stessi diritti e libertà ?
Per questo non è provocatoria l’affermazione che abbiamo fatto all’inizio. Del resto, chi dovremmo incolpare del nostro individualismo, del nostro egoismo ? Dire che la colpa è di qualcun altro, significa solo giustificare la nostra passività, fare finta di non vedere le nostre responsabilità. Eppure queste sono tutte lì, davanti a noi.
b) le premesse soggettive di una nuova organizzazione sociale.
Partire da noi stessi, questa la premessa indispensabile, per l’inizio del cambiamento.
Ritrovarci negli altri, come parte del tutto, del mondo, per cambiare la società.
Pace, benessere, giustizia, libertà: sono aspirazioni che non possiamo realizzare da soli, standocene chiusi nel nostro piccolo mondo egoista.
Liberiamoci del pregiudizio delle idee. Abbiamo tante idee del mondo, della vita. Gran parte sono luoghi comuni e convenzioni, nati per giustificare l’egoismo sociale (tipici: “i meridionali sono scansafatiche”, “i musulmani sono tutti fanatici”, “i giovani non hanno valori”, “gli impiegati pubblici sono parassiti”, ecc.) o l’egoismo personale (“tutti pensano agli affari loro”, “l’uomo è un lupo tra gli uomini”, ecc.).
Possiamo cambiare, sta a noi scegliere di farlo. E’ la vera, autentica libertà, che nessuno può toglierci. Non dobbiamo aspettare l’ennesima guerra, l’ennesima violenza, magari più spaventosa, più vicina a noi. Non dobbiamo aspettare l’ennesima ingiustizia, l’ennesima prevaricazione, magari su noi stessi.
Non rimandiamo a domani quello che possiamo fare oggi. A furia di pensare a come la vita dovrebbe essere, ci sfugge la vita del momento presente. Occorre maggiore attenzione e presenza, che significa poi capacità di ascoltare, comprendere, comunicare. Cosa possiamo fare, dunque ?
c) le premesse storiche di una nuova organizzazione sociale
Nella storia recente del movimento dei lavoratori in Italia abbiamo assistito a fenomeni di autorganizzazione sociale nuovi, che hanno parzialmente rotto il quadro di egemonia degli apparati burocratici storici.
A partire dagli anni settanta e ottanta, soprattutto in alcune categorie di lavoro, trasporti e scuola, sono nati organismi di base unitari che esprimevano una forte tensione a “far da se” da parte dei lavoratori, che rompevano la logica della delega, affermando una pratica dell’auto-rappresentanza dei propri interessi attraverso forme spontanee di partecipazione e lotta (assemblearismo, consiliarismo, democrazia e azione diretta, ecc.). E’ la storia che origina dai consigli di fabbrica del biennio di lotte 1968-69, che passa negli anni settanta/ottanta attraverso i comitati di lotta degli autotranvieri, dei macchinisti delle ferrovie e del trasporto aereo, e dei comitati di base della scuola. Una storia che ha avuto il suo sviluppo anche in altri settori, pur tra mille contraddizioni.
In queste esperienze è rintracciabile quella spinta dell’individuo sociale a resistere e organizzarsi collettivamente per cambiare la società, in maniera indipendente dalle logiche di potere di apparati e istituzioni, di cui abbiamo parlato nei paragrafi precedenti. E’ dalle esperienze vive e dalle lotte di quegli anni che nella memoria e nell’immaginario dei lavoratori e in generale di tutti gli individui della nostra società, ha messo radici una spinta all’autorganizzazione, comunemente identificata sotto il nome di “cobas”, diventato sinonimo di attivismo sociale all’insegna di rottura delle regole date, di irriducibilità, di spontaneismo, di protagonismo, di antiburocratismo. Qualunque forma nuova di protagonismo sociale, oggi, non può prescindere da questo patrimonio storico di idealità, di identità riconoscibile anche se non meccanicamente riproducibile.
In questa operazione, che possiamo chiamare “recupero del patrimonio di identità”, il nostro interesse è valorizzare e mettere al lavoro, attualizzandoli, i principi e i valori ispiratori di quelle esperienze:
· il “fare da se” alternativo alla delega;
· la spontaneità organizzata, orizzontale, dalla base, alternativa al verticismo, all’organizzazione burocratica;
· la socialità come forma di messa in rete degli individui sociali;
· l’irriducibilità dell’azione nella difesa di interessi “altri” da quelli delle controparti;
· la solidarietà e il mutuo soccorso alternativi all’egoismo sociale.
Principi e valori che, va detto, sono stati spesso negati e contraddetti da politiche organizzative che hanno finito per mettere gli interessi degli apparati davanti a quelli degli individui, negando le tensioni e le promesse originarie e così riproponendo logiche di potere ed egemonia, che nulla hanno a che fare con i principi ispiratori dell’autorganizzazione sociale e sindacale.
d) la proposta: un sindacato sociale unitario, intercategoriale, solidale e libertario
Di fronte a questa realtà, in cui abbiamo delle controparti, dei gruppi di potere, un sistema tanto prepotenti e spregiudicati e un insieme di individui, la cosiddetta società civile, ancora in larga parte passivi, egoisti, sfiduciati, disorganizzati, pensiamo che non possiamo continuare sulla strada delle vecchie forme organizzate.
E’ il momento di mettere in campo una ipotesi nuova, che è, allo stesso tempo, una speranza e una possibilità concreta.
Tutte le vecchie forme sociali organizzate sono diventate strumenti inservibili per il cambiamento. Rappresentano, anche nei casi più onesti, luoghi di potere, di autorità costruita sulla delega, sulla passività di aderenti e non aderenti. La loro funzione è aumentare le quote di potere nella società. Sono fini a se stesse o, quando sono oneste, luoghi della non-partecipazione, dove le decisioni vengono prese da pochi individui in nome di intere collettività.
In una società liberata, autogovernata secondo principi di giustizia ed uguaglianza, non ci sarebbe bisogno di organizzazioni di parte. La situazione odierna, in cui anche l’individuo più sensibile e consapevole rischia di vivere isolatamente le proprie esperienze, richiede ancora l’utilizzo di una forma di organizzazione. La situazione richiede, soprattutto, che venga costruita una connessione più ampia, che faccia cioè riferimento non solo alle proprie specifiche esigenze (di tutela lavorativa, di realizzazione culturale, sociale, ecc.), ma che consenta all’individuo di aprire le porte al mondo. Tale forma di organizzazione deve però costruirsi unicamente come una associazione fondata su idee, principi e valori che accomunino gli individui. Idee forti e semplici allo stesso tempo: la pace, la libertà, la giustizia sociale, l’uguaglianza, la cooperazione e la fraternità, l’antirazzismo, la democrazia partecipativa consiliare. Un mutuo soccorso attivo. Un tenue filo di speranza che possa aiutare gli individui a riconoscersi in un percorso comune, educativo anzitutto. Tale percorso richiede, però, che ognuno di noi individui realizzi e pratichi da se medesimo questi principi e valori, senza delegare ad altri o aspettare che altri realizzino per noi queste idee. La rete che va ricostruita è un insieme di relazioni solidali tra individui accomunati da idee e valori, che praticano il cambiamento in prima persona e, insieme agli altri, praticano il cambiamento collettivo, per la rivoluzione sociale e culturale. “Rete” significa, quindi, relazioni umane consapevoli, interdipendenza, ascolto reciproco e collaborazione paritetica.
Per Per realizzare questa rete occorre una rivoluzione nelle modalità organizzative.
Come prima cosa, le organizzazioni sociali per noi dovrebbero esprimere un modo di vivere diverso, partecipe, attivo, da parte degli individui. Forma e contenuto dovrebbero essere intrecciati in modo indissolubile. Organizzazione, dunque, come momento della realizzazione pratica consapevole dei valori condivisi da parte dei singoli individui.
In che modo ? Partiamo dallo stato generale della società.
Dato che ci troviamo in una situazione in cui il valore della cooperazione e della fratellanza, vale a dire la base di qualsiasi attività umana cosciente e costruttiva, è stato minato in profondità, occorre mettere al centro un lavoro paziente di stimolo ed educazione. Oggi è indispensabile stare nei luoghi della società, fra la nostra gente, dove vive e si riproduce, con la pratica dell’esempio e lo strumento della comunicazione.
Può cambiare il mondo ?
Si, se partiamo da noi stessi, senza affidarci a qualcosa o qualcuno che risolva i problemi per noi.
No, se pensiamo di cambiarlo da soli.
In questo apparente paradosso sta il fondamento del progetto. In tal senso vogliamo liberarci della responsabilità di “dover cambiare il mondo”, perché il mondo cambia solo se lo vuole una moltitudine di individui liberi e perciò consapevoli e allo stesso tempo interconnessi. Senza, pertanto, alcuna ansia di affermare il primato della nostra iniziativa, di una qualche organizzazione. Senza l’ansia di “fare iscritti”. Soltanto, con la consapevolezza che il nostro impegno ci permette di realizzare la nostra identità umana, ci fa vivere con dignità, con interezza, ci fa stare meglio. Chiamiamolo un sano “egoismo alla rovescia”. Il gusto di pensare liberamente e criticamente e di dirlo apertamente. Il gusto di difenderci e aiutare coloro che si fanno partecipi perché ci sentiamo liberi e non perché “obbligati” da “senso del dovere morale” o da regole organizzative. Facciamo riferimento a quella rete di solidarietà umana, spesso inconsapevole e nascosta, che pure esiste nella società e impedisce che la barbarie si diffonda ancora più profondamente. E’ una vera e propria “rete di resistenza umana” (resistenza contro il dolore, la sofferenza, la sopraffazione), fatta da migliaia di individui, interconnessi spesso inconsapevolmente, che va portata alla luce per costruire, grazie ad essa, una società liberata. La rete, in ultima analisi, esiste già. C’è un deficit di consapevolezza, piuttosto che di organizzazione.
Il lavoro che serve nella società è accompagnare la crescita degli individui - a partire da noi stessi – con i nostri tempi, i nostri modi, sulla strada del recupero della nostra identità umana, fino alla riscoperta del valore della cooperazione. Un lavoro capillare, certosino, dunque, basato sulla leva dell’impegno in prima persona degli individui: spingere, sollecitare, mai sostituirci. La delega è il primo dei muri da abbattere. Attraverso l’azione cosciente, la realizzazione pratica, coerente, dei valori umani da parte dell’individuo è possibile propagare l’esperienza del cambiamento, vale a dire che è davvero possibile per ognuno cambiare e, attraverso questo cambiamento che parte da noi stessi, cambiare le relazioni esistenti attorno a noi, quindi contribuire al cambiamento complessivo della società.
Siamo noi individui che possiamo praticare in prima persona, non è l’organizzazione che può praticare al posto degli individui. La “rete” è pertanto una organizzazione di valori e metodologie condivisi collettivamente e di tante, distinte, quotidiane pratiche individuali, che possono anche realizzarsi attraverso iniziative e momenti collettivi, ma non devono aspettare gli “eventi” o i “proclami” di questa o quella “autorità” per agire. Gli individui partono da loro stessi per cambiare - pratica individuale -, quindi scelgono di condividere con altri individui idee e valori comuni se pensano che anche la società debba diventare più giusta - pratica collettiva. Questo è il circolo virtuoso che possiamo innescare.
Le strutture organizzative devono essere “leggere”, funzionali allo svolgimento delle attività quotidiane, che sono di informazione, di denuncia, di lotta. Le strutture devono essere decentrate, in ogni luogo della società e di lavoro.
Il supporto centrale deve essere essenziale: una rete di servizi costituita da avvocati, una sede con gli apparati stampa, fax, assistenza fiscale. L’elemento fondamentale da far vivere è la socialità: essa va ricostruita, come uno stare insieme nuovo, libero e consapevole. Va ricostruita in tutti i luoghi sociali. Attraverso una autentica socialità viene messo in discussione il piccolo mondo egoista di ciascuno. Si può realizzare non tramite interventi organizzativi esterni ed estranei, ma attraverso la quotidianità nelle piccole azioni di ogni individuo. L’organizzazione è la infinita rete di relazioni umane che ciascuno di noi tesse quotidianamente. L’organizzazione è, in estrema sintesi, il nostro impegno e la nostra pratica in prima persona, da mettere al servizio della ricostruzione di una nuova socialità.
Come la vita di ognuno si esprime in luoghi e tempi diversi, molteplici (lavoro, scuola, famiglia, tempo libero, ecc.), così l’organizzazione di autotutela deve adattarsi a questa varietà di situazioni ed eventi. L’identità umana oggi non è solo nascosta, ma frantumata. Entriamo nelle situazioni indossando volta a volta maschere diverse (nel lavoro siamo in un modo, in casa in un altro). Generiamo infiniti microcosmi non comunicanti fra loro. E’ importante favorire la ricomposizione dell’individuo, affinché riusciamo ad essere noi stessi in ogni situazione, abbassando le maschere. Per questo è necessario mettere in rete i diversi aspetti dell’attività sociale e culturale, intrecciandoli in modo da ricondurli allo stesso filo, qualunque sia il tipo di attività che svolgiamo. Questo filo conduttore è dato da un insieme di principi e valori (le idee, appunto) e da una pratica individuale cosciente, su cui riconoscersi, sia che facciamo sindacato, sia che siamo impegnati in una attività culturale, ecc. Questo è possibile se non costruiamo una organizzazione “monotematica” ma invece fondiamo un nuovo impegno sociale, capace di lasciar esprimere l’identità umana nei suoi molteplici aspetti e, quindi, nella sua interezza.
Pensiamo ad un sindacato che si organizza in una rete di strutture tematiche, le quali siano utili agli individui per iniziare ad esprimersi e realizzarsi a partire da un tema specifico, secondo la propria sensibilità e le diverse circostanze.
I temi della rete possono essere: lavoro, ambiente, salute, cultura, giustizia e diritti.
Non sono “branche” diverse di una stessa organizzazione, ma veri e propri settori indipendenti, a se stanti, solidalmente legati in forma di “rete”. All’interno di ogni branca, una “rete” di organismi e soggetti indipendenti e solidali (nel lavoro i diversi organismi e comitati di base categoriali e aziendali, nell’ambiente le diverse associazioni cittadine, nazionali, comitati, ecc., lo stesso per tutti gli altri temi). Occorre una vera e propria trasformazione culturale antiautoritaria - perciò libertaria.
C’è bisogno di uno strumento di comunicazione e condivisione, umanamente fondato, basato su una metodologia libertaria e su valori umani, che faccia piazza pulita dei sistemi di potere, degli apparati, che aiuti ogni individuo a realizzarsi e le collettività a riconoscersi e difendersi. Questo strumento può essere la costruzione di un sindacato sociale unitario che organizzi una rete sociale pluralista e multitematica. Una rete fondata sull’affermazione delle libertà d’ogni individuo a partecipare, a criticare, a decidere, perciò libertaria. Attraverso pratiche di reciproco scambio e mutuo soccorso, perciò solidale. Basata sulla condivisione di valori quali pace e giustizia sociale, benessere per tutte e tutti, antirazzismo, antiautoritarismo. Per mezzo del cambiamento praticato in prima persona da ogni individuo (insieme agli altri) può affermarsi nella società la consapevolezza collettiva che è possibile lottare per cambiare questa società.
Il progetto di riconoscimento e messa al lavoro di questa rete sociale porta ad una aggregazione di tipo nuovo degli individui e dei soggetti sociali.
Nasce da qui il sindacato unitario libertario, una possibilità, uno spazio e uno strumento di condivisione delle esperienze umane individuali e collettive. Nasce non come fine, ma come strumento per aiutarci a riconoscere e valorizzare la forza sociale dell’interdipendenza tra esseri umani. Il sindacato sociale unitario, solidale e libertario si rivolge a tutta la società civile, donne e uomini, giovani e anziani, italiani e immigrati. A tutti gli individui e ai loro ambienti sociali. Alle forze produttive, ai lavoratori dipendenti, ai precari. Ai senza lavoro, ai lavoratori in nero. Agli artigiani e ai lavoratori autonomi. A chi lavora la terra. Ai pensionati. Agli studenti. A chi è impegnato nel volontariato, nel sociale, nel culturale. A tutte e tutti coloro che cercano la strada per la realizzazione di sé in una società libera e liberata.
Il sindacato unitario libertario non si prefigge di costruirsi in competizione a organizzazioni e confederazioni esistenti. E’ una possibilità di connessione e aggregazione più ampia, trasversale, rivolta alla base della società, in forma aperta, plurale, libertaria, per arricchire i singoli percorsi dei partecipanti e non sovrapporsi ad essi, per facilitare momenti di ricomposizione e unità nei diversi settori della società, nei luoghi di lavoro, come nel resto dei territori urbani e rurali.
Fondamento del sindacato unitario libertario è il rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza d’ogni soggetto partecipante, sia singolo che associato. Uno strumento che aiuti gli individui sociali ad affermarsi, seguendo pratiche comuni, per migliorare la propria vita e affrontare insieme agli altri i problemi della società, verso un cambiamento, una rivoluzione sociale e culturale complessiva, da realizzare nel momento presente.
Il sindacato unitario libertario fonda il suo progetto e la sua pratica sociale sulla piena indipendenza dalle controparti, aspirando a quella trasformazione sociale e culturale capace di restituire alle donne – tutte - e agli uomini – tutti - pace e benessere, libertà e fraternità, diritti e dignità, in una società libera da ogni forma di oppressione e discriminazione.
Valori, metodologia pratica consapevole, mezzi del sindacato unitario libertario.
I valori, che sono altrettanti obiettivi e modi di vivere, possono essere i seguenti: cooperazione e fraternità, giustizia sociale, libertà, indipendenza, antiautoritarismo.
Crediamo profondamente che sia necessario costruire una società retta secondo giustizia. Per noi giustizia vuol dire, anzitutto, benessere per tutte e tutti, senza distinzioni etniche, religiose, sessuali. Quindi uguaglianza, equa distribuzione delle risorse. Solidarietà invece di egoismo. Dignità invece di profitto. Umanità invece di mercato. Per fare questo è necessario tornare a cooperare e sentirsi fratelli e sorelle in una grande famiglia, quella umana. L’indipendenza da ogni forma di autorità, dalle istituzioni come dai partiti, dai poteri economici, da tutti coloro che si ergono come “proprietari” della società, è necessaria per affermare una pratica individuale e collettiva autenticamente libera. Occorre, insieme, mettere da parte ogni autorità, ogni logica autoritaria. Non è con la forza che si impongono i cambiamenti. Questo è il principio della vera libertà, la libera scelta consapevole. Questi stessi valori esprimono i tanti, singoli, distinti programmi sociali della rete di organismi presenti nel sindacato.
La metodologia pratica consapevole, individuale e collettiva, è lo strumento per esprimere la tensione al cambiamento. Essa sarà caratterizzata dalla ostilità al principio della delega, dal fare auto-organizzato. Partecipazione, democrazia diretta, indipendenza.
La delega è lo strumento con il quale abbiamo finora rinunciato alla nostra responsabilità e, di conseguenza, alla nostra libertà. Va contrastata con forza, perché ne siamo culturalmente imbevuti. Ad essa corrisponde la nostra inazione. Non più delegare significa cominciare a partecipare, quindi a praticare. In forma indipendente, perché dobbiamo salvaguardare il nostro agire da interessi estranei ai nostri. Partecipare, tutti e tutte, decidere, tutti e tutte, agire, tutti e tutte. Non è un obbligo, un vincolo morale, soltanto l’unica possibilità di praticare con successo il cambiamento. Questa è la democrazia diretta, non delegata.
Dal punto di vista della pratica organizzativa nel sindacato unitario libertario si privilegia il momento consiliare nelle discussioni. Il principio autoritario delle gerarchie va intaccato nel profondo, per liberare le energie migliori di ogni individuo e aiutare un sano spirito di condivisione e cooperazione. Per questo anche il modo di riunirsi e discutere diventa decisivo. C’è bisogno di mettere ogni individuo in grado di scambiare “da pari a pari” con gli altri. Basta con le riunioni stile scolastico, con assemblee con tanto di “presidenza”, con relatori da una parte e “ascoltatori” dall’altra. Un cerchio, senza “primi” e senza “ultimi”, dove la “narrazione”, cioè la profonda compenetrazione dell’individuo con le proprie esperienze di vita, prenda il posto dell’”intervento”, cioè le parole dette e usate pensando a quale effetto creeranno negli altri, piuttosto che a quello che realmente sentiamo. Un modo per aiutare la reciproca comprensione tra persone e la risoluzione dei conflitti.
Rispetto al problema della “rappresentanza” degli organismi, è utile fare riferimento ai concetti espressi in precedenza. Se l’unica pratica reale di cambiamento è quella che parte dal singolo individuo (quindi senza delega alcuna), nessuno può parlare a nome di una comunità. Immaginiamo una rete di relazioni umane che condividono gli stessi valori, rispetto a cui gli individui possano riconoscersi. Allo stesso tempo non tutti praticheranno questi valori con la stessa intensità. Chi è più attivo, chi pratica con maggiore intensità, può rappresentare, attraverso sé stesso, il percorso condiviso del sindacato unitario libertario. In tal senso la rappresentanza del sindacato va intesa come rappresentanza del suo programma, dei suoi principi e valori. Saranno i valori del sindacato ad essere divulgati, attraverso le tante, distinte pratiche individuali presenti al suo interno. Il sindacato unitario libertario garantirà massima indipendenza delle strutture, delle reti tematiche, dei singoli organismi. La libera dialettica dovrà essere favorita in modo che sia la società stessa (ad esempio tutti i lavoratori di un luogo di lavoro) a discutere e decidere quale sarà la scelta migliore da fare.
L’organizzazione e i suoi attivisti non dovranno mai sostituirsi alla reale volontà delle collettività lavoratrici, al contempo si caratterizzerà per una costante opera di proposte, di controinformazione, di critica.
Tutto deve essere rimesso alla volontà delle collettività umane di riferimento. Senza questa attività degli individui sociali, nessuna organizzazione può pensare di realizzare alcunché, salvo arrogarsi il diritto, l’autorità, di decidere al posto degli altri.
Per finire, la pratica cosciente, come partecipazione attiva improntata ai valori della giustizia e della libertà, significa entrare in conflitto con l’arbitrio e l’ingiustizia, significa lottare. Lotta intesa come tensione al superamento dello stato di cose esistenti per migliorare la propria vita e quella della società. Nell’azione di cambiamento, individuale e collettivo, si procede attraverso prove, confronti, scontri, una dialettica che può produrre conflitto. Per noi il conflitto non è un fine o un metodo, quanto piuttosto la possibile conseguenza della pratica della trasformazione sociale e del cambiamento consapevole.
L’organizzazione, pratica e formale, del sindacato unitario libertario si basa sulla costituzione e connessione di nodi (luoghi d’incontro, scambio e condivisione) locali, tematici, territoriali, sindacali, culturali, sociali, ecc. e coordinamenti nazionali. Strutture orizzontali, senza organismi delegati a rappresentare la struttura, in quanto l’auto-rappresentanza e l’autogestione dalla base mettono da parte dirigismo e centralismo. Al sindacato unitario libertario possono aderire singoli individui e strutture organizzate: comitati di base, organismi partecipativi di base, associazioni costituite, gruppi informali, comitati di lotta, ecc. Il sindacato unitario libertario si propone di aiutare la costruzione di forme di collegamento e di rete con altri soggetti internazionali, consapevole della necessità di un impegno globale per cambiare i modelli sociali esistenti.
I mezzi, come abbiamo accennato sono quelli necessari ad alimentare la comunicazione permanente con l’insieme della società. Anzitutto attraverso fogli tematici nazionali, ai quali possono fare riferimento fogli di struttura, territoriali, aziendali, associativi, ecc.
La comunicazione internet è un altro aspetto decisivo, costruendo una rete di nodi di scambio ricca e multiforme. Vanno costruite banche dati telefoniche per poter comunicare in tempo reale con gli/le aderenti alle reti attraverso messaggi multipli SMS. Le reti avranno i loro momenti di iniziativa più ampi, trasversali, nazionali, attraverso “campagne” tematiche, per mezzo di petizioni, “girotondi” e manifestazioni, raccolte fondi, produzione di documentazione critica (video, quaderni formativi, ecc.).
La pratica della socialità trasversale, dello scambio di esperienze, si darà per mezzo degli “Incontri”: iniziative pubbliche aperte, che si svolgeranno in ambito nazionale, regionale, cittadino, territoriale. Campeggi, piazze tematiche, eventi culturali in luoghi come cinema e teatri, scuole, centri sociali, ambienti di lavoro. Gli “Incontri” saranno caratterizzati dalla ricerca della socialità come momento e luogo di scambio fraterno e dalla multimedialità come forma di comunicazione: rappresentazioni teatrali, proiezioni video-musicali, dibattiti e seminari, esposizioni di autoproduzioni, feste e convivialità. L’obiettivo sarà quello di accompagnare la crescita dell’individuo in un contesto collettivo che si riconosca per idee e valori comuni. Uscire dalla individualità dell’essere soli con la propria vita per entrare in una visione e pratica più ampia, questo il senso degli “Incontri”. Utilissimi, in tal senso, anche gli “Incontri” che si svolgeranno nelle piccole comunità (di lavoro, di studio, ecc.), senza obiettivi organizzativi precisi, ma con il solo scopo di aiutare la rigenerazione di un clima di fiducia e scambio solidale, di migliorare i rapporti umani, stimolare la collaborazione di gruppo.
Importanti saranno anche i momenti seminariali di verifica delle esperienze concrete e di arricchimento del patrimonio di valori della rete.
Il sindacato unitario libertario si doterà di organismi di coordinamento, luoghi non decisionali, che si costituiranno al solo scopo di alimentare lo scambio di esperienze e informazioni e per aiutare lo sviluppo e la costruzione della rete sociale solidale e libertaria.
Gli strumenti di tutela legale completano le esigenze organizzative. Per il resto lo strumento principale è la pratica quotidiana, locale e decentrata, insostituibile di ciascun individuo.
La base di esistenza legale del sindacato unitario libertario.
Nella società della cosiddetta “legalità” formale, ogni organizzazione necessita di un formale riconoscimento giuridico. Il sindacato unitario libertario è organizzato come una rete fondata sulle tante e diverse pratiche coscienti individuali messe in comunicazione attiva fra loro. Non rappresenta tutta la società ma solo la parte organizzata nel sindacato. Il rappresentante legale è una figura giuridica, che può essere intesa come il direttore responsabile di un giornale. Esistono dei tesorieri che hanno il compito di amministrare il patrimonio. L’organismo di coordinamento è costituito dai coordinatori dei diversi settori, categorie e temi sociali, con lo scopo di scambiare informazioni, organizzare iniziative comuni promosse dalle singole strutture, allargare il campo di conoscenze e di iniziative comuni.
L’adesione al sindacato unitario libertario avviene su base individuale o collettiva. Attraverso l’adesione il singolo individuo manifesta la propria volontà di stabilire una interconnessione con altri individui, con i quali condivide valori e pratica consapevole comuni. L’interconnessione è data dal proprio nome e dai recapiti telefonici, mail e postali per essere raggiunto, perché abbia inizio la comunicazione permanente attiva.
Le strutture che aderiscono al sindacato unitario libertario mantengono autonomia decisionale nella categoria o nell’azienda, allo stesso tempo entrano a far parte del circuito solidale, intercategoriale e multitematico del sindacato. Questo potrà aiutare processi di unificazione, sulla base della condivisione dei valori umani e della pratica consapevole, di settori sociali vicini (ad esempio, in ambito sindacale, tra categorie). Su questo piano il sindacato unitario libertario non interferisce e non interviene a sovrapporsi, perché non vuole essere strumento e luogo di potere, ma di reciproco scambio e di mutuo soccorso, un concreto moltiplicatore delle coscienze basato sulla pratica consapevole di molteplici individualità, nei diversi ambiti di presenza e attività umani.
Per questo il sindacato unitario libertario, come espressione di cooperazione fraterna, intercategorialità, trasversalità, supera il concetto di confederalità, rimandando invece a quello di aiuto e soccorso reciproci, liberi e consapevoli, verso una prospettiva intercategoriale da costruire passo passo.
L’intercategorialità del sindacato unitario libertario.
La nostra società vive una frammentazione devastante che attraversa ogni settore, ogni categoria. Nella difesa dei propri interessi le lavoratrici e i lavoratori sono spinti, prevalentemente, da egoismi di tipo corporativo. La solidarietà non è più un valore comune condiviso. Le categorie sono divise e, spesso, in competizione fra loro (pensiamo alla erronea contrapposizione pubblico/privato ancora largamente diffusa nell’opinione comune).
Occorre ricostruire pazientemente una coscienza individuale e collettiva, senza la quale qualunque trasformazione viene meno. Il sindacato unitario libertario ha l’obiettivo di un cambiamento radicale dell’esistente, in favore della classe lavoratrice e dei ceti sociali sfruttati. In questo senso le sue iniziative, le sue battaglie, in ogni settore di intervento, sono caratterizzate da una medesima progettualità, dalla stessa visione delle cose, dalla stessa idealità, principi e valori.
Allo stesso tempo sarebbe sbagliato confondere le aspettative del sindacato con la realtà concreta. Quali sono queste aspettative ? Che nella lotta per una società più giusta le categorie e dunque tutti i lavoratori si alleino, cooperando fra loro. Visto che la realtà è un’altra, c’è bisogno che il sindacato si adoperi per unire ciò che al momento è diviso. Come realizzare questa intercategorialità ?
L’organizzazione intercategoriale in questa determinata fase storica si costruisce su battaglie tematiche trasversali, comuni alle diverse categorie (esempio: diritto di sciopero, diritto alla salute, difesa delle libertà, diritto alla casa, previdenza, ecc.).
L’intercategorialità si realizza nell’impegno comune, nelle lotte e attraverso la condivisione delle risorse per la costituzione di sedi comuni, uffici stampa, servizi di assistenza legale, ecc.
L’intercategorialità si cementa attraverso attività di formazione programmatica di principio, comune a tutte le categorie, tramite seminari, quaderni formativi e altri strumenti.
L’intercategorialità si consolida nello sviluppo di attività di servizio quali assistenza di patronato, fiscale, socialità del tempo libero (case del popolo, attività culturali e dopolavoristiche, ecc.).
L’intercategorialità è, dunque, un aspetto centrale metodologico del sindacato unitario libertario, finalizzata ad una crescita omogenea del livello di consapevolezza degli aderenti e di organizzazione delle strutture. Allo stesso tempo le strutture di categoria mantengono totale autonomia decisionale, beninteso all’interno dei principi programmatici del sindacato.
Documento organizzativo.
1. Criteri di adesione al sindacato unitario libertario.
Chi può aderire al sindacato unitario libertario ?
Singoli e singole cittadini e cittadine, italiani/e e immigrati/e; lavoratori, precari, disoccupati, pensionati, studenti, attivisti sociali; associazioni di volontariato, organismi sociali, sindacali, culturali di base, gruppi formalmente e informalmente costituiti, comitati di base. Dato il carattere del sindacato unitario libertario, antiautoritario, orizzontale, basato sulla adesione consapevole individuale al sindacato e considerato il suo intento di unità dalla base, trasversale, di non competizione per il potere, non possono aderire confederazioni che abbiano obiettivi di egemonia politica.
Per salvaguardare l’indipendenza non possono aderire enti istituzionali, partiti. Il sindacato unitario libertario si propone di entrare in relazione con altre reti sociali già costituite, a livello nazionale come internazionale.
L’adesione avviene sulla base della condivisione del “Manifesto per la solidarietà”.
I singoli, aderendo, entreranno in contatto con le strutture locali.
I gruppi e le associazioni di base, aderendo, costituiranno essi stessi delle strutture locali “tematiche”.
Strutture locali. Sono costituite dai singoli e dai gruppi associati. Esse sono nuclei tematici di lavoro (sindacale, culturale, sociale, ecc.) impegnati sul territorio. Sono organismi sovrani, con proprie regole, nel rispetto dei principi e valori condivisi dal sindacato. Hanno dei propri portavoce, revocabili in ogni momento, non remunerati.
Coordinamenti territoriali. Danno impulso alla politica e alla pratica intercategoriale e costituiscono sedi e servizi di riferimento unitari intercategoriali (case del popolo, camere del lavoro, ecc.)
Gruppi di lavoro tematici nazionali. Si costituiscono per elaborare proposte a livello nazionale integrando risorse umane e materiali dalle strutture locali. I gruppi di lavoro tematici nazionali esprimono dei coordinatori tematici nazionali, revocabili dalle strutture e non remunerati.
Assemblee nazionali. Sono i momenti di incontro generale nazionali tra tutte e tutti le/gli aderenti al sindacato. Le assemblee nazionali promuovono iniziative e campagne nazionali. Almeno una volta l’anno si tiene una assemblea nazionale. Le assemblee nazionali sono aperte a tutti. In fase deliberante sono riservate agli aderenti al sindacato.
Coordinamento nazionale. Ha una funzione tecnica (gestione della comunicazione nazionale, della tesoreria, della logistica, ecc.). E’ formato da tre persone, nominate dall’Assemblea nazionale. Date le caratteristiche di lavoro tecnico-organizzativo, da espletare a tempo pieno al servizio del sindacato, viene prevista la remunerazione della attività prestata.
Gli incarichi di coordinamento sono, in linea di massima, i seguenti:
Nella fase iniziale di costituzione del sindacato unitario libertario le responsabilità di tesoreria e logistica possono essere assommate e i componenti di coordinamento ridotti a due.
Tavolo della ricerca scientifica. Svolge attività di analisi, ricerca, consulenza, educazione, formazione, su tutti i terreni su cui è impegnato il sindacato unitario libertario: sociale, culturale, ricerca sulla realizzazione dell’individuo, ecc. E’ una struttura nazionale al servizio dell’intera rete sociale, supportata per le sue esigenze dal Coordinamento nazionale.
La rete web, le mailing list, i messaggi SMS in tempo reale, i notiziari flash, sono gli strumenti per far viaggiare la comunicazione velocemente e capillarmente. Rete e mailing list aperte, trasparenti, autogestite a livello orizzontale, con solo un responsabile tecnico a livello nazionale.
Per quanto riguarda le modalità di discussione, tendenzialmente gli aderenti al sindacato adottano il metodo del “cerchio”, cioè del riunirsi stando seduti in cerchio, ognuno “pari” agli altri, senza presidenze e vertici autoritari. Uno dopo l’altro i partecipanti (in senso orario o antiorario fa lo stesso) prendono la parola. Ogni incontro, ogni cerchio, potrà avvalersi di una figura di “facilitatore” (l’equivalente, nella forma tradizionale della riunione, alla figura del “segretario o del presidente”), scelto possibilmente a rotazione fra i partecipanti più idonei. Il facilitatore si preoccupa di introdurre il tema da trattare e di consentire che tutti parlino in base ai tempi disponibili per la discussione, senza essere interrotti e con interventi sintetici. Il facilitatore ha il compito, più importante degli altri, di creare un clima di fiducia tra i partecipanti.
Nelle decisioni del cerchio si adotta, preferibilmente, il metodo della condivisione (vale a dire della sintesi condivisa, cioè non raggiunta attraverso un voto maggioranza/minoranza ma attraverso votazioni precedute dalle motivazioni di ogni singolo. Al termine di ogni votazione il facilitatore verifica l’andamento della votazione, sintetizza quanto espresso dai votanti e ripropone, se del caso, una seconda fase di voto motivato. Così via fino ad una votazione ultima, se possibile “condivisa”, dove si è cercato di esprimere un orientamento comune il più attento possibile alle esigenze di tutti.
Il Manifesto per la solidarieta’
Il Manifesto che segue rappresenta la base di lavoro comune, condiviso, tra tutti gli aderenti, singoli o associati, al sindacato unitario libertario. Attraverso l’adesione al Manifesto si esprime la volontà di entrare in connessione con un insieme di individui e soggetti, condividendo un “fare” comune consapevole, caratterizzato da principi, valori, metodo. Il Manifesto esprime anzitutto la necessità di realizzare una vita sociale degna, in armonia con la propria umanità, concependo il cambiamento come cambiamento anzitutto di se stessi. Benessere proprio e benessere degli altri intrecciati in modo indissolubile. Giustizia sociale, quindi, libertà, antiautoritarismo, non delega, comunicazione attiva e trasparente, questi sono i principi e valori di massima contenuti nel Manifesto.
Sinteticamente il Manifesto contiene i seguenti impegni:
Per quanto riguarda la metodologia pratica, gli aderenti tendono a realizzare una pratica comune basata su:
Le nostre società sono attraversate da conflitti sempre più violenti, ingiustizie e disparità sociali, degrado culturale e materiale. Mali profondi che sembrano non avere fine e sono allo stesso tempo causa e conseguenza dell’isolamento in cui viviamo noi individui.
L’egoismo sociale (non meccanicamente prodotto dall’egoismo individuale, ma da questo alimentato) si diffonde ed è una risposta, tremendamente sbagliata, alla domanda di sicurezza sociale prodotta dal degrado materiale e culturale che stiamo vivendo.
I grandi movimenti che si sono manifestati in questi anni sembrano intaccare solo superficialmente le corazze dell’individualismo, del costume mentale largamente diffuso e prevalente che pensando ai fatti propri si riesce a sopravvivere meglio.
Così, le importanti fiammate di ribellione che pure continuano a manifestarsi anche tra la classe lavoratrice, restano fiammate e non sedimentano cambiamenti più profondi e permanenti. Finita la lotta, ognuno torna al proprio orticello.
Un progetto sindacale di cambiamento credibile deve saper dare una risposta a questo problema: come sconfiggere questo egoismo che impedisce a milioni di donne e uomini, lavoratrici e lavoratori, di affrontare positivamente i problemi che viviamo.
L’assenza di solidarietà, di cooperazione fra gli individui, è tra le prime cause degli affanni e del malessere sociale, anche nei luoghi di lavoro, in quanto ci rendono incapaci di reagire alle ingiustizie.
L’egoismo prevalente tra i lavoratori, la mancanza di fiducia nel prossimo, inducono la classe alla passività. Così si finisce per delegare ad altri la cura dei problemi, anziché assumere in prima persona il compito di agire.
Sul principio della delega costruiscono la loro autorità, il loro comando, organizzazioni e gruppi di interesse. Anche in larga parte del sindacalismo di base prevale un metodo basato sulle logiche di potere: una minoranza di individui formatisi come gruppi dirigenti cura i propri interessi “di bottega”.
Un potere che si perpetua grazie alla non partecipazione della maggioranza silenziosa. E’ lo stesso fondamento della società dominata dalle leggi del profitto, l’unico orizzonte proposto oggi all’umanità.
Malgrado le intenzioni proclamate, anche le organizzazioni sindacali che a parole sono impegnate verso una trasformazione radicale dei rapporti sociali antepongono troppo spesso il potere dell’apparato, gli interessi dell’organizzazione agli interessi dei lavoratori.
Il metodo in uso, spesso, è quello di sostituirsi alla partecipazione, alla volontà reale delle lavoratrici e dei lavoratori. Pochi individui, i “professionisti”, coloro che sono stati delegati (o che vengono “cooptati” dall’alto), prendono le decisioni centralmente, per tutti.
Anche se nascosto dalle migliori intenzioni, o se giustificato dalle difficoltà reali, questo approccio alimenta la cultura della delega, della passività, della non-partecipazione. Così, però, i problemi non si risolvono, perché solo la forza e la partecipazione di tanti possono contrastare efficacemente le controparti.
In secondo luogo questo metodo favorisce l’instaurazione del potere dell’apparato. Tutto viene finalizzato al suo rafforzamento e conservazione. Un meccanismo che impedisce la partecipazione e, al contempo, favorisce il potere di chi dirige e l’insorgere dell’autoritarismo delle persone.
Le organizzazioni di tutela e di partecipazione sociali/sindacali esistenti, purtroppo, sono diventate luoghi di potere, di non-partecipazione, fondate sul principio della delega. Organizzazioni che competono per il potere nella società, che hanno finito per utilizzare gli stessi metodi e strumenti delle controparti che vorrebbero contrastare. Proclamano la giustizia sociale e praticano l’ingiustizia sugli individui e sulla collettività lavoratrice.
Non è sempre stato così. Alle sue origini il movimento dei lavoratori, grazie alla solidarietà e all’impegno in prima persona di tantissimi individui, riuscì a costruire efficacemente propri organismi e strumenti di autodifesa: le società di mutuo soccorso, i sindacati di categoria, le lotte e gli scioperi per la conquista dei diritti, ecc..
Il movimento dei lavoratori è progredito nella consapevolezza dei propri diritti, della propria forza. Oggi, venuti meno impegno e valori, essendosi affermata nel cuore della società una cultura mercantile che riduce le persone a cose, a numeri, a prezzi, assistiamo ad una degenerazione delle organizzazioni sociali/sindacali.
Nel migliore dei casi, dove non c’è interesse personale, le organizzazioni sono impotenti di fronte all’arroganza delle controparti, incapaci di sollecitare reazioni significative e permanenti. Il mondo, le nostre società, vedono diffondersi e crescere ingiustizie profonde. Allo stesso tempo assistiamo ad un degrado culturale, dei valori collettivi e della persona, che ci chiamano ad un rinnovato impegno.
Il motore della trasformazione, sempre più necessaria per vincere le enormi ingiustizie sociali, oggi sta nel cambiamento di ognuno di noi individui, parti strettamente correlate di una collettività che può ritrovarsi solo sollecitando una autentica trasformazione culturale, umana, complessiva.
I grandi movimenti degli ultimi anni sono stati un fatto nuovo e di enorme potenza sociale. Ma essi non spiegano tutto e non danno tutta l’energia di cui c’è bisogno.
E’ nella quotidianità, nel grigiore come nelle fiammate della viva esperienza delle vicende umane e sociali di milioni di lavoratrici e di lavoratori, che possiamo rintracciare importanti impulsi al cambiamento.
Nonostante tutto, nella società e nel mondo del lavoro sopravvivono esperienze, troppo spesso isolate e sconosciute, a volte del tutto individuali, di resistenza degli esseri umani all’arbitrio e all’ingiustizia.
Si tratta di esperienze frammentarie, slegate fra loro. Succede in ogni luogo della società: luoghi di lavoro, scuole, spazi collettivi. Nei territori urbani come in quelli rurali. Azioni e gesti che quotidianamente si contrappongono all’arbitrio, all’arroganza di piccoli e grandi poteri. Pratiche di umana e disinteressata solidarietà e cooperazione che permettono di sperare e, quando espresse in forma collettiva, di vincere.
E’ l’altra faccia dell’individuo sociale, l’altra possibilità, quella che vede prevalere l’altruismo sull’egoismo, la dignità sull’arbitrio, il valore dell’essere umano – di ogni singolo essere umano - sul profitto. E’ una possibilità, una possibilità umanamente fondata. E’ il motore di ogni cambiamento.
Solo partendo da noi stessi e dal nostro stesso cambiamento, possiamo pensare di contribuire a cambiare realmente la società. Grazie a pratiche consapevoli noi esseri umani possiamo instaurare relazioni sociali diverse, fraterne, leali, pacifiche, di mutuo soccorso.
Dietro la rete delle organizzazioni che lottano contro lo sfruttamento, c'è una potenziale rete, enormemente più vasta, fatta di centinaia di migliaia di individui che resistono e cooperano, in forma completamente o quasi completamente disorganizzata.
Nessun potere è riuscito a sopprimere questa forza autenticamente rivoluzionaria, presente anche nel mondo del lavoro, tanto in quello stabile quanto in quello precario. Una forza che rimane in gran parte disorganizzata.
Vogliamo proporci di raggiungere tutti quegli individui liberi di cui stiamo parlando, per far emergere e costruire infinite interconnessioni umane e sociali nei luoghi del lavoro, in gran parte già esistenti ma assolutamente frammentarie e inconsapevoli.
Il nuovo impegno sociale/sindacale si fonda, oggi, sul paziente lavoro di ricostruzione di una libera socialità, vissuta all’insegna della cooperazione e della fraternità.
Una libera socialità per permettere di comunicare, scambiare, cooperare ad una moltitudine di parti attive, di lavoratrici/ori consapevoli della propria e altrui dignità, ad oggi non comunicanti, troppo spesso isolati.
Queste molteplici identità Esistono e Resistono ma sono permanentemente minacciate di omologazione, di riassorbimento. Oppure rimangono soffocate all’interno di apparati e regole burocratiche.
Eccolo, il fattore da rimettere al centro di un nuovo impegno: il fattore umano, la diversità irriducibile e cooperante, che genera ricchezza e crescita, per tutti.
C’è bisogno, dunque, di rivedere profondamente le logiche organizzative a cui siamo da sempre abituati. Logiche che, per altri, hanno trasformato i sindacati di base in nuovi apparati burocratici.
Il sindacato sociale unitario libertario ricerca e pratica una metodologia basata su criteri antiburocratici e antiautoritari: solidarietà e cooperazione in luogo di egoismo sociale; partecipazione e democrazia diretta in luogo di delega e gerarchie; volontariato in luogo di professionismo; decisionalità espressa secondo criteri di condivisione/consensualità in luogo di imposizione a colpi di regole; pluralità di idee in luogo di centralismo; valorizzazione delle differenze in luogo di omologazione; orizzontalità organizzativa e decentramento in luogo di verticalità e accentramento.
La nuova organizzazione si costruisce come uno strumento per facilitare la trasformazione, senza sostituirsi alla partecipazione e alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori che soli rimangono l’unico e determinante fattore del cambiamento.
Una metodologia formativa e pedagogica, al servizio dell’autoemancipazione della classe lavoratrice, fondata sul valore di ogni individuo e finalizzata alla crescita e alla realizzazione delle migliori aspirazioni umane.
E’ possibile avviare un percorso costituente di una organizzazione sindacale nuova, radicale nei contenuti, nelle forme, nel metodo, fondata sulla affermazione delle libertà di ogni individuo a partecipare, a criticare, a decidere.
Una organizzazione che sia costituita da una rete umana diffusa, riconoscibile attraverso le pratiche coerenti di ogni singolo lavoratore e di ogni singola lavoratrice. Attraverso la pratica del reciproco scambio e mutuo soccorso. Sulla base della condivisione di valori quali pace e giustizia sociale, benessere per tutte e tutti, antirazzismo, antiburocratismo e antiautoritarismo.
Una organizzazione che pratichi il cambiamento sociale attraverso l’agire coerente in prima persona dei lavoratori. Una rete sociale formata da soggettività singole e collettive, queste ultime mutuando l’esperienza viva dei comitati di base, dei comitati di lotta, dei coordinamenti e delle associazioni di base attive nella società.
Il nostro appello si rivolge a tutta la classe lavoratrice, donne e uomini, giovani e anziani, indigeni e migranti. A tutti gli individui e ai loro contesti sociali. Organizzati o meno. Alle forze produttive, ai lavoratori dipendenti, ai precari. Ai lavoratori dell’industria come a quelli della terra. Ai senza lavoro, ai lavoratori in nero. Agli artigiani e ai lavoratori autonomi. Ai pensionati. Agli studenti. A chi è impegnato nel volontariato, nel sociale come nel culturale. A tutte e tutti coloro che cercano di realizzare se stessi in un mondo più giusto, libero, umano.
Al nuovo soggetto sindacale aderiranno i/le singoli/e e le strutture organizzate. Queste ultime potranno mantenere la propria autonomia, le proprie specificità, purché condividano metodologie e valori comuni del nuovo soggetto.
Una organizzazione che non si ponga, dunque, in competizione con le confederazioni esistenti ma sia strumento di connessione e aggregazione più ampia, trasversale, rivolta all’insieme della classe lavoratrice, in forma aperta, plurale, maggioritaria ma non egemonizzante, che possa arricchire i singoli percorsi dei partecipanti e non sovrapporsi ad essi, che possa facilitare momenti di ricomposizione e unità nei diversi settori della società, nei luoghi di lavoro, come nel resto dei territori urbani e rurali.
Una organizzazione, dunque, non centralista, radicata nei luoghi di lavoro, e però salda nei principi e nel metodo, forte e unita, solidale e intercategoriale, sempre pronta a mettere in campo tutte le sue risorse ed energie per difendere i diritti e la dignità della classe lavoratrice.
Uno strumento che aiuti gli individui ad affermarsi, attraverso pratiche comuni di lotta di classe, per migliorare la propria vita e affrontare collettivamente i problemi della società, verso un cambiamento, una trasformazione sociale e culturale complessiva, da realizzare fin da ora.
Il sindacato unitario libertario fonda il suo progetto e la sua pratica sociale sulla piena indipendenza dalle controparti, aspirando a quella trasformazione sociale e culturale capace di restituire alle donne – tutte - e agli uomini – tutti - pace e benessere, libertà e solidarietà, diritti e dignità.