LA MANIFESTAZIONE DEL 23 MARZO

Roma, 28 marzo 2002.

In questi giorni abbiamo ascoltato dichiarazioni gravi da parte del governo: parole arroganti, che trattano con disprezzo non tanto i vertici dei sindacati confederali, in primis la Cgil, ma milioni di donne e uomini, in carne e ossa che hanno partecipato alle proteste di questi mesi. Noi della C.N.L. eravamo in piazza, il 23 marzo, con questa parte di società civile. Un fiume di gente, interminabile, colorato: lavoratrici e lavoratori, disoccupati, precari, giovani e anziani, famiglie intere, un filo generazionale unito da una ritrovata consapevolezza. Ci voleva un governo padronale che più filo-padronale non si può per risvegliare una società civile cloroformizzata e normalizzata negli anni dei governi di centrosinistra. Non c’erano, in piazza, solo “fedeli” della Cgil. Da questo punto di vista è stata una manifestazione di popolo, trasversale che ha visto mobilitarsi donne e uomini decisi a difendere il patrimonio di diritti  collettivi conquistato grazie alle lotte degli anni sessanta. Il sindacalismo di base non era tutto presente. Questa manifestazione dimostra, anche  al di là delle reali intenzioni dei vertici sindacali, quanto stia crescendo una spinta sociale a lottare per obiettivi forti. E’ un aspetto che crea problemi agli stessi sindacati confederali, che in questi mesi hanno fatto di tutto per frenare il crescendo di proteste e cercato in ogni modo di evitare lo sciopero generale, chiamato a gran voce in centinaia di manifestazioni e scioperi settoriali, anche spontanei. Crea problemi perché mette in discussione quella politica della concertazione che tanti danni ha arrecato ai lavoratori. Basta ricordare l’ultimo, vergognoso accordo del 5 febbraio sui rinnovi contrattuali del pubblico impiego.       Il 23 marzo la CNL, il Sin.Cobas, il SULTA, l’UCS erano in piazza uniti, per riaffermare l’urgenza di unificare nella lotta tutte le categorie su obiettivi chiari, che per noi sono il salario sociale per i disoccupati, il salario europeo per i lavoratori dipendenti, l’estensione a tutti i lavoratori dell’art. 18 e la fine della concertazione. Gli attacchi ai diritti fondamentali portati avanti dall’attuale governo e dalla Confindustria partono da lontano, dai cedimenti e dalle svendite degli anni passati frutto della concertazione tra Cgil-Cisl-Uil e governi di centrosinistra. L’Italia è entrata in Europa grazie allo sforzo di una sola parte del paese: i lavoratori dipendenti, che hanno visto erodere il potere d’acquisto dei propri stipendi, senza avere in cambio maggiore occupazione per le nuove generazioni, ma solo precarietà e perdita di diritti.  Per questo diciamo basta alla concertazione e vogliamo che sia riconosciuta, attraverso libere elezioni, la rappresentanza dei lavoratori che abbia potere di contrattazione a tutti i livelli, aziendale, territoriale e nazionale.   Lo sciopero del 16 aprile può essere davvero l’inizio di una ritrovata consapevolezza e forza dei lavoratori, dei ceti popolari. Noi ci saremo, portando l’esempio dell’autorganizzazione e l’idea che per battere le controparti occorre liberarsi delle vecchie politiche concertative e compromissorie.

 

                             

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