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Le ragioni della rivolta (articolo pubblicato sul quotidiano "Liberazione" del 6 gennaio 2004)
A tre giorni dallo sciopero nazionale del trasporto pubblico, uno dei suoi leader ne spiega i motivi: l'insostenibilità delle condizioni economiche La recente e non ancora conclusa lotta degli autoferrotranvieri mostra una drammatica verità: i bisogni tornano a prevalere sui consumi. L'attuale fase sociale vede i lavoratori, ma anche gli stessi cittadini, subire l'impoverimento costante delle loro condizioni e capacità economiche. Il potere di acquisto degli stipendi, dei salari e delle pensioni è sempre più ridotto a fronte di un mercato sempre più globalizzato e spregiudicato nelle sue logiche di competitività. I lavoratori e le lavoratrici, quindi, subiscono - come tutti - questo stato di cose. La loro situazione, inoltre, è aggravata ulteriormente dalle pesanti condizioni di lavoro, derivanti dalle logiche oggi prevalenti della produzione e delle privatizzazioni. A tali logiche le parti sociali, sindacati e padronato (pubblico o privato che sia), subordinano la contrattazione di ogni livello sacrificando loro diritti e normative, frutto di conquiste del mondo del lavoro ottenute con decine e decine di anni di lotte. All'impoverimento economico, quindi, si aggiunge l'impoverimento delle tutele, che colpiscono direttamente le condizioni di lavoro. Va aggiunta, inoltre, un'altra questione di non poco conto: il progressivo restringimento della democrazia partecipata nei posti di lavoro. E' necessario per sindacati e padronato che i lavoratori e le lavoratrici abbiano sempre meno possibilità di esercitare democraticamente il loro controllo sui contratti e accordi sottoscritti, nonché abbiano meno agibilità per l'esercizio del diritto di sciopero, con particolare riferimento alle categorie dei servizi ai quali, appunto, appartengono gli autoferrotranvieri. In questo quadro, secondo il mio modesto parere, si inseriscono la grande battaglia della Fiom nell'industria e la rivolta dei tranvieri di questi giorni nei servizi. Entrambe le vicende, che sono le vertenze più emblematiche ma non le sole allo stato in atto nel mondo del lavoro (vedi, ad esempio, quella del commercio), denotano che le attuali condizioni cui versano i lavoratori e le lavoratrici sono di estremo disagio, portando i lavoratori ad attuare una forte ripresa del conflitto, anche in violazione delle norme legislative che regolamentano l'esercizio del diritto di sciopero.
Scriveva, alcuni giorni fa su Liberazione Ritanna Armeni, "Sta nascendo un nuovo sindacato", facendo riferimento alla lotta dei tranvieri ma anche a quella della Fiom. Una breve ma puntuale analisi che ha saputo cogliere il forte messaggio che emanano queste lotte. Condivido tale analisi. Ma se effettivamente è così, emerge la necessità di avviare una discussione e, quindi, una riflessione su quello che potrebbe essere un modello di sindacato capace di saper cogliere tutte le particolarità sociali che la fase fa emergere. Non so dove potrà portarci una cosa come questa. Ma sono convinto che un nuovo modello di sindacato non potrà prescindere dall'essere un soggetto aperto alla società civile. Sono molte le cose che si intrecciano tra il mondo del lavoro e il resto della società. Non a caso negli ultimi dieci anni sono nate innumerevoli associazioni di utenti e di cittadini, che pongono all'attenzione sociale questo o quel problema che li riguarda, ma che riguarda anche i lavoratori e le lavoratrici. Si sente questa necessità perché sono troppe le volte che i poteri forti, pubblici e/o privati, hanno utilizzato/strumentalizzato la contrapposizione tra mondo del lavoro ed il resto della società. Per far questo, non dobbiamo partire da zero. In questi ultimi anni abbiamo avuto un grande esempio: il movimento dei movimenti. Il movimento dei movimenti ha, infatti, dimostrato che una grande pluralità di soggetti (quanti: 700? 1000? non so…), nonostante le loro diversità, a volte completamente opposte, hanno saputo - e sanno - stare insieme producendo il più importante ed imponente movimento sociale dalla guerra del Viet Nam ad oggi. E' stato possibile questo perché l'azione è partita direttamente dai singoli individui, dai singoli uomini e dalle singole donne, che hanno saputo capitalizzare i loro bisogni, riscoprendo una solidarietà di massa. E' stato già scritto molte volte, voglio ripeterlo in questo contesto: la diversità è diventata una ricchezza.
Come avviare il percorso? Una proposta potrebbe essere la costituzione di un tavolo di confronto tra tutti i soggetti che intendessero partecipare, con il primo obbiettivo di effettuare una analisi storica del periodo più recente del movimento operaio e sindacale (a partire dalla sconfitta alla Fiat del 1980). La fase, infatti, richiede l'avvio di un processo di verifica e di ricerca sulle forme sociali, di massa e di classe tese alla costruzione di un nuovo modello sindacale, basato sulle condizioni ed esigenze attuali che - certamente - non può prescindere da una valutazione del passato. Solo partendo da una onesta e reale analisi storica, che passi anche attraverso una severa autocritica dei medesimi soggetti presenti alla discussione, si può tentare di trovare le condizioni per una prospettiva unitaria, che abbia la onesta presunzione di diventare il sindacato del terzo millennio, coinvolgendo non solo il mondo del lavoro ma anche la società tutta. Scorciatoie non ci sono. Il diritto di sciopero è un esempio. La questione della difesa dell'esercizio del diritto di sciopero, infatti, richiede la costituzione di un soggetto (fondazione, associazione, …) più ampio e partecipato possibile che veda, al proprio interno, non solo i lavoratori con le loro organizzazioni, ma anche i cittadini con le loro aggregazioni (associazioni varie, partiti, …) e, quindi, fortemente contaminato sul piano sociale, oppure qualsiasi altra iniziativa che non abbia queste caratteristiche è destinata, se non a fallire, a rimanere fortemente marginale. Aurelio Speranza, Coordinatore Nazionale C.N.L. (CONFEDERAZIONE NAZIONALE LAVORATORI) |
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