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''Uccidono tutto ciò che si
muove''
dal sito
www.aprileonline.info
“Uccidono tutto ciò che si muove.
Sparano anche agli animali… Facciamo appello alle persone di buona volontà
perché si fermi questo massacro”. Nelle parole dell’imam Abd al-Ani sta il
grido di dolore di Falluja, la città santa roccaforte delle milizie sunnite,
da martedì sotto il pesante attacco delle truppe americane che la cingono
d’assedio da tre settimane. La fragile tregua stabilita sette giorni fa, già
parzialmente violata più volte, è fragorosamente crollata sotto le bombe
sganciate sulla zona nord occidentale dai caccia americani AC 130, mentre
elicotteri e carri armati sferravano due successivi attacchi, devastanti,
nella notte tra martedì e mercoledì. E ieri pomeriggio altri bombardamenti,
nel quartiere Golan, mentre la principale base Usa, Camp Falluja, veniva
attaccata dai miliziani a colpi di mortaio. Un inferno, insomma, dove quando
si abbasserà la polvere degli spari partirà la triste conta delle centinaia
di vittime civili, dei palazzi distrutti (“ma ricostruiremo tutto entro due
mesi”, ha avuto il coraggio di dire Bremer), dei bambini senza più genitori.
Non basterà più il campo da calcio cittadino, trasformato in cimitero per
accogliere le settecento vittime della spietata vendetta americana contro
l’uccisione, venti giorni fa, di quattro agenti privati Usa ad opera dei
miliziani sunniti. È guerra aperta tra 2000 marines e gli almeno 300
guerriglieri iracheni asserragliati in città, quasi tutti ex baathisti,
sostenuti da un centinaio di combattenti stranieri, soprattutto siriani e
iraniani. Proprio l’arresto dei miliziani non iracheni, i cosiddetti “arab
fighters”, era una delle condizioni poste dal Comando militare americano per
evitare l’attacco. L’altra era la consegna di tutte le armi pesanti. Un
diktat che sembra fatto apposta per essere ignorato, e così è stato.
L’ultimo tentativo di evitare l’inferno è stata l’idea di istituire ronde di
polizia miste, parte marines e parte poliziotti iracheni, per pattugliare la
città, con il placet degli ulema locali, e disarmare pacificamente gli “insurgens”.
Anche questa ipotesi si è rivelata ben presto impraticabile, e ha ceduto
alle spinte belliciste di Rumsfeld e soprattutto del generale di brigata
Mark Kimmit. A nulla sono valsi gli inviti alla prudenza che persino Bush
aveva fatto nei giorni scorsi, anche sull’onda della pressione italiana per
la questione ostaggi. Gli americani hanno deciso di mettere le mani nel
vespaio, per sedare il principale focolaio di resistenza del paese, il
primo, da quando i marines avevano aperto il fuoco, giusto un anno fa, su
una folla di manifestanti che festeggiava il compleanno di Saddam,
uccidendone quindici. Ma Falluja è anche una delle città sante dell’Iraq
(per gli sciiti è importante quanto Gerusalemme), e ospita oltre 200
moschee. Proprio dalle moschee arriva, per bocca degli imam, la prevedibile,
durissima condanna dell’attacco americano. Probabilmente sarà mobilitazione
generale, senza più distinzione tra sunniti e sciiti, tra miliziani e
civili. Anche Abdul al-Kubaisi, il leader dell’Alleanza Nazionale
Patriottica che sta mediando per conto dei nostri servizi segreti per
ottenere la liberazione dei tre italiani, ha espresso al sito Peacereporter.net
tutte le sue preoccupazioni: “Non sappiamo di preciso cosa stia succedendo.
Non si sa nulla sul numero delle vittime, perché le forze Usa impediscono
l’accesso alla città. Quello che è certo è che la situazione è gravissima.”
Basta leggere il diario del blogger iracheno Rahul Mahajan, che scrive
proprio da Falluja, per rendersene conto: l’ospedale straripa di feriti,
moribondi, ustionati, dilaniati dalle bombe. “Una situazione pazzesca –
scrive Mahajan – in mezzo ai parenti che piangono, alle grida di ‘Allah è
grande’ e alle grida di rabbia contro gli americani”. Gli aerei americani
hanno lanciato ieri mattina in tutta la città dei volantini, il cui
allucinante testo recita testualmente: “Arrenditi, sei circondato. Se sei un
terrorista, stai attento, perché il tuo ultimo giorno era ieri. Se vuoi
salvarti la vita arrenditi adesso alle forze della coalizione. Stiamo
venendo ad arrestarti.” Lo sceriffo americano, in sostanza, colpisce ancora,
incapace di isolare politicamente poche centinaia di insorti, in una città
di oltre 200.000 abitanti. Incapace di venire a patti con gli ulema sunniti,
che avevano ammonito sulle reazioni che la semidistruzione di una città
santa poteva scatenare, e incurante delle minacce di Moqtada Sadr e del più
moderato Sistani. “L’attacco americano provocherà ripercussioni molto
gravi”, teme l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi. Ma Bush va avanti per la
sua strada: “A Falluja faremo ciò che è necessario”, ha detto in serata.
Necessario per chi?
[Paolo Giorgi]
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