
Le elaborazioni dell'istituto di ricerca legato alla Cgil (IRES) sui dati
ISTAT, rese pubbliche in questo mese, confermano quello che da sempre
denunciamo, vale a dire che gli stipendi dei lavoratori dipendenti hanno perso
potere d'acquisto negli ultimi dieci anni, mentre i guadagni delle imprese sono
enormemente cresciuti.
Nostra sintesi dei dati (consultabili tutti sul
sito www.ires.it):
- dal 1993 (varo della "politica dei redditi"
con gli accordi di luglio) a oggi, gli stipendi hanno perduto, rispetto
all'inflazione reale, apparentemente solo lo 0,1%;
- questi dati sono parziali. In realtà
dobbiamo ricordare che i rinnovi contrattuali, che sono stati tutti basati sul
tasso di inflazione programmata e, solo a posteriori, hanno calcolato il
differenziale tra quella reale e quella programmata, non sono mai avvenuti
alla scadenza, ma spesso con mesi o anni di distanza. Ciò ha comportato una
perdita netta di salario in busta paga (cioè mensilità non pagate) che l'Ires
avrebbe fatto bene a considerare. Solo negli enti locali abbiamo calcolato in
circa 40 milioni lorde -medie- di vecchie lire la perdita accumulata da ogni
dipendente in questi dieci anni;
- va inoltre tenuto conto che la stessa
elaborazione Ires, quando fa riferimento ai prezzi al consumo (dato molto
importante, che conosciamo bene tutti noi che facciamo la spesa ogni giorno),
segnala che questi sono stati quasi sempre notevolmente più alti degli indici
annui di inflazione reale. Viste le polemiche di questi giorni suscitate dalle
denunce delle associazioni dei consumatori rispetto al fatto che gli indici
Istat sull'inflazione sono assolutamente non rispondenti al costo della vita
reale, vorremmo chiedere all'Ires come mai, invece di fare una elaborazione
unicamente basata sul freddo "dato Istat" non ha tenuto conto delle ricadute
reali in termini di potere d'acquisto sugli stipendi degli aumenti dei prezzi
al consumo.
- le retribuzioni nette evidenziano una
perdita del potere d'acquisto di circa tre punti. Questa perdita veniva
parzialmente compensata dalle misure di riforma dell'ultimo governo di
centrosinistra: restituzione fiscal drag (restituzione al monte salari di
quote del PIL quando l'inflazione supera il 2%) e revisione aliquote fiscali,
la cui perdita, operata da Tremonti, comporterà un salasso di 400-500 euro
pro-capite nel biennio;
- la produttività dal 1993 al 2001 è cresciuta
del 16%. Solo l'1,5%, però, è servita a premiare i lavoratori italiani, contro
l'8,56 in Francia, il 5,5 in Germania, l'8,47 del Regno Unito. I dati sono di
fonte Ocse.
- un dato interessante è quello relativo
alla distribuzione del PIL tra imprese e lavoratori. Estrapoliamo dalla
relativa tabella i dati che interessano:
| |
1980-82 |
1983-87 |
1988-92 |
1993-95 |
1996-2001 |
2001 |
|
retribuzioni lorde |
36,1 |
34,0 |
32,6 |
31,1 |
29,5 |
29,6 |
|
guadagni imprese |
31,0 |
32,6 |
32,4 |
32,0 |
32,8 |
32,5 |
|
dipendenti su totale occupati |
69,4 |
68,1 |
68,8 |
69,4 |
69,8 |
70,3 |
Come possiamo vedere, nonostante la percentuale dei
dipendenti sia aumentata rispetto al numero di occupati, il monte salari è
diminuito. I guadagni delle imprese, al contrario, sono cresciuti (consideriamo
che la classe degli imprenditori è numericamente assai più piccola di quella dei
lavoratori dipendenti, quindi un dato "efficace" sul piano simbolico sarebbe
calcolare quanto è cresciuto il reddito medio da impresa per ogni singolo
imprenditore). Questi dati andavano correlati, per calcolare la perdita media
complessiva per ogni stipendio. L'Ires si è limitata ad "osservare" la realtà.