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Il nostro paese vive un momento difficile.
Anni di inarrestabile offensiva padronale, favorita dai governi che si sono succeduti, senza una seria opposizione da parte dei sindacati confederali, hanno fatto arretrare le classi lavoratrici, i pensionati, i ceti più deboli, sotto ogni punto di vista: economico, sociale, culturale.
Le famiglie non ce la fanno più ad arrivare a fine mese. Le tutele sociali sono state cancellate o sottomesse alle regole del guadagno del “libero mercato”. Per le giovani generazioni il lavoro è solo precario, senza diritti, il che significa che la loro stessa vita è precaria, non possono progettare nulla.
Gli stipendi, senza la vecchia scala mobile, hanno perso in tredici anni oltre il 20% del potere d’acquisto. Nel 1995 la Riforma Dini ha stravolto le regole pensionistiche: gli importi delle future pensioni saranno inferiori al 50% dell’ultimo stipendio. Oggi vogliono utilizzare il tfr per far decollare i fondi assicurativi, cioè vogliono togliere soldi certi ai lavoratori per promettere prestazioni integrative incerte. Il guadagno certo sarà solo per banchieri, assicurazioni e centrali sindacali.
Il sistema sanitario pubblico peggiora ogni giorno mentre lo stato sposta ingenti risorse sulla sanità privata. Lo stesso avviene per la scuola. La privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, energia, trasporti, ha abbassato la qualità e alzato le tariffe. La manovra finanziaria per il 2006 promette nuove “lacrime e sangue”: nuovi tagli agli enti locali che si tradurranno in chiusura di servizi, riduzione di prestazioni assistenziali, innalzamento delle tariffe. Ci sono altri tagli al pubblico impiego attraverso l’obbligo per gli enti di ridurre i fondi per il salario accessorio, la drastica riduzione dei contratti di lavoro a tempo determinato (almeno centomila lavoratori negli enti pubblici sono a rischio). Per i rinnovi contrattuali 2006-2007 vengono stanziate risorse ridicole.
Ci sono atti odiosi – fuori finanziaria - come la mancata corresponsione alle regioni dei previsti fondi per assistenza alle fasce sociali deboli. O ancora i tagli alla cultura, alla ricerca, alla sanità. Non mancano, però 1 miliardo di euro per la costruzione di dieci nuove navi da guerra.
Stiamo diventando poveri, lo dice l’Istat, anche se ci vergogniamo ad ammetterlo. Poveri dal punto di vista economico, culturale, civile. Perdiamo diritti e non siamo più in grado di difenderci, basti l’esempio di quanto accade in Alitalia, dove Cimoli, un manager da 180 mila euro al mese vuole tagliare posti di lavoro e salari e intanto al Sult, il sindacato che rappresenta il 60% degli assistenti di volo, cancella con un fax ogni diritto, solo perché si oppone a piani aziendali che non funzionano. Tra i senza diritti, più di tutti, gli immigrati: arrivano in cerca di speranza nel nostro paese ma trovano lager come il CPT di Lampedusa, dove sono state documentate condizioni disumane.
Come sempre vengono chiamati in causa l’Europa e i suoi parametri finanziari per giustificare queste misure. L’Europa, con la sua moneta unica e le normative sulla privatizzazione, sta diventando lo strumento per la classe agiata per accrescere a dismisura la propria ricchezza. A fronte della riduzione drastica del potere d’acquisto di pensioni e salari in questi anni è aumentata la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, vecchi e nuovi imprenditori e arrivisti sociali. I governi hanno tutelato gli interessi di questi pochi, esentandoli da giuste tassazioni su profitti e rendite, foraggiando lauti incentivi a imprese che trasferiscono altrove la produzione, condonando e sanando ogni illecito. Agli altri, alla grande maggioranza, a tutti noi, non c’è stato che pagare il loro lusso e benessere.
In altri tempi si sarebbe alzata la testa. Il disastro sociale di oggi, l’egoismo e l’individualismo che si sono fatti strada fra noi ci impediscono di reagire. Eppure qualche timido segno emerge. Resistono alcune categorie con le loro lotte esemplari (trasporti). Cominciano a organizzarsi i giovani precari. Ritorna la protesta degli studenti contro un sapere-merce. Molti immigrati si impegnano per vincere pregiudizi e condizioni che li vorrebbero per sempre nell’ombra della clandestinità, senza dignità umana. E’ poco, ma può essere l’inizio.
Come lavoratori possiamo dire la nostra, se vinciamo passività e sfiducia e torniamo a discutere fra noi e organizzarci, senza delegare. Possiamo farlo cominciando a farci sentire con lo sciopero del 21 ottobre, primo passo, non sufficiente, per avviare un percorso di mobilitazione e partecipazione contro le politiche antipopolari di questo governo e di quelli che verranno. D'altra parte lo sciopero di sole 4 ore indetto da Cgil-Cisl-Uil per il 25 novembre è per molti versi contraddittorio, nasconde le reali condizioni di vita della gente. Occorre un impegno costruttivo. Possiamo contribuire, tutti, ad arrivare a quella data con un crescendo di mobilitazioni e partecipazione popolare e con parole d’ordine più avanzate per un vero sciopero generale.
E’ solo l’inizio, ma che sia l’inizio.
il Coordinatore Asbel-Cnl, marco ralli