Roma, 15 aprile 2008.
Care colleghe e cari colleghi
In pieno clima di “ubriacatura” da elezioni, con dati ancora parziali che mano a mano mettono in luce un risultato non prevedibile in tanti suoi aspetti, provo a riportare la riflessione su una dimensione a noi più prossima, vale a dire all’iniziale percorso di auto-organizzazione che abbiamo avviato nel comune di Roma.
La manifestazione del 19 marzo e la successiva assemblea del 9 aprile sono stati momenti importanti, felici per noi tutti. Possiamo essere contenti di essere stati capaci, in modo spontaneo, di dare vita alla prima vera reazione civica del personale comunale, da anni a questa parte.
Attraverso la partecipazione, l’auto-attività di ciascuna e ciascuno di noi, abbiamo comunemente scelto la strada dell'auto-organizzazione, cioè del fare da noi, dalla base, con le nostre capacità e risorse, senza delegare apparati grandi o piccoli che sembrano intenti a farsi la guerra e a dividersi/ci, piuttosto che a mettersi al servizio delle esigenze comuni.
Ringraziamo Enrico per avere dato il "là" a un percorso che già è diventato "corale", partecipato, come abbiamo avuto modo di verificare con l'assemblea del 9 aprile.
L'assemblea non era scontata nei suoi esiti. Autoconvocata, per molti fuori orario di lavoro, per altri ha richiesto dei permessi personali, è stata numericamente partecipata ma quello che più mi ha colpito è stato il numero e la qualità degli interventi. Interventi mai banali che hanno messo in luce sensibilità, esperienze, punti di osservazione e di lavoro diversi. Tutti e tutte ci siamo messi con "le mani in pasta", ragionando liberamente e comunemente dei nostri sogni/bisogni, della necessità di salvaguardare il nostro lavoro, sentito come servizio per la città.
Abbiamo sottolineato l’esigenza di costruire relazioni fra noi umanamente basate, quindi il bisogno di conoscerci/riconoscerci, ritrovando una identità comune.
L'assemblea, al di là delle diverse proposte su cui avremo modo di tornare e delle prospettive che affronteremo (associazione si oppure no, quali forme organizzate, statuto, ecc.), è stata significativa per quello che può rappresentare, cioè una possibilità che dall'isolamento, dalla disgregazione che viviamo ogni giorno, dai segni di allarme sociale, emerga una scelta diversa, consapevole, riappropriandoci della parola, dell'agire, dell'esistenza di ognuno. Scelta rafforzata dallo spazio collettivo, paritetico, che ci accingiamo a costruire.
Personalmente è con questo spirito, con questi principi e valori che ho subito aderito con entusiasmo al primo appello di Enrico, dando il mio sostegno e contributo alla riuscita delle due iniziative, sollecitando le colleghe e i colleghi che a vario titolo mi conoscono da anni e con i quali ho un rapporto di amicizia e di fiducia. Sto quindi partecipando a titolo individuale al neonato movimento, senza rivendicare appartenenze politiche o sindacali.
Cosa stiamo costruendo ? Un tentativo di analisi.
Il movimento che sta nascendo ha bisogno di costruire il proprio percorso auto-organizzato, anche sbagliando se necessario, comunque sperimentando e tentando, attraverso relazioni umane nuove, di affermare una ipotesi originale di intervento collettivo come lavoratori del comune di Roma, avendo presenti i limiti delle organizzazioni sindacali esistenti che alimentano, volenti o nolenti, le divisioni fra noi lavoratori. Abbiamo bisogno di rintracciare e sintetizzare gli elementi che ci accomunano, che possono permetterci di tessere un filo di solidarietà, a prescindere dalla rispettiva collocazione in questo o quel sindacato.
E’ un percorso, io penso, che non può essere ad oggi percorso da alcuna sigla sindacale. Il nostro percorso va al di là di una opzione sindacale. Ritornare a incontrarci, parlando di tutto, di buoni pasto ma prima ancora di dignità, di servizio per la città e così via, capiamo bene che è già un terreno che travalica quello strettamente sindacale. Su questo ci stiamo trovando.
A maggior ragione è richiesto a ciascuno e ciascuna di noi non di mettere da parte le nostre idee, valori, sensibilità che, anzi, arricchiscono il confronto reciproco in nome della ricerca di un bene comune, bensì di mettere da parte le idee preconcette, le logiche politiche.
D'altra parte se questo movimento auto-organizzato è nato al di fuori di tutte le organizzazioni preesistenti, confederali autonome o di base, vorrà pur dire qualcosa ?
Noi stiamo cercando una strada comune di protagonismo e affermazione della dignità che parte dalle persone, dalle donne e dagli uomini in carne e ossa, promuovendo l’auto-attività cosciente. Non partiamo dalle categorie della politica. Penso che stiamo avviando un percorso che è assai diverso e non riducibile a quello sindacale. Tutti coloro che come me fanno parte di organizzazioni e hanno ruoli formali (sono un attivista della associazione di base asbel-cnl, eletto RSU per retecomune), devono accostarsi al neonato movimento con umiltà e rispetto verso una realtà spontanea, autentica.
Il movimento auto-organizzato nascente, con i pregi e i limiti che possono al momento caratterizzarlo, rappresenta un tentativo originale da parte di tanti/e colleghi/e di cercare una via diversa, non politica. Voglio dire che occorre partecipare e contribuire al movimento senza verità preconcette, da pari a pari con gli altri, non offrendo soluzioni già belle e pronte “chiavi in mano”.
La ripresa della coscienza passa attraverso la sperimentazione concreta, originale, senza schemi politici, di una metodologia auto-organizzata.
D’altra parte non vedo sinceramente, nel comune di Roma, realtà che possono dire di avere già realizzato esperienze di auto-organizzazione autentica. Certamente, soprattutto in passato, ci sono stati singoli episodi, lotte, esperienze di autorganizzazione, originate da vertenze specifiche con singoli obiettivi e comunque mai sfociate in autorganizzazione stabile, il più delle volte riassorbite dalla pratica sindacale organizzata.
Perché l’esperienza in atto è nuova ? Essa non è settoriale (cioè specifica di una singola categoria, ufficio, ecc.) bensì trasversale in quanto coinvolge identità e riferimenti spesso assai diversi fra loro. Si è innescata in modo spontaneo, fuori dalle organizzazioni sindacali e immediatamente ha questionato le logiche ristrette della rappresentanza sindacale e della vertenzialità. Infatti l’elemento scatenante non è stato un rinnovo contrattuale o una questione specifica professionale, bensì la dignità di ciascuno e ciascuna, nel suo aspetto di dignità umana innanzitutto. Altro aspetto che contraddistingue questo movimento è la spinta all’auto-attività delle persone e all’unità dal basso.
Il movimento auto-organizzato è indipendente.
In una parola: questo movimento può per la prima volta avviare un serio tentativo di auto-organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori comunali e non può essere confuso, assimilato, assorbito, guidato, da alcuna organizzazione sindacale. Di più, la sola possibilità di sviluppo del movimento è che si costruisca nella piena indipendenza dalle controparti e dai partiti, ma anche dai sindacati.
E’ la mia personale posizione e mi impegno a difenderla in ogni sede di confronto, perché le organizzazioni sindacali, compresa quella a cui aderisco, hanno origini, natura e funzioni diverse dal nuovo movimento auto-organizzato.
Anche la proposta di costituirci presto in associazione, senza avere precisato la nostra identità e ciò che ci accomuna profondamente, secondo me espone il movimento al rischio di ingabbiare e smorzare quelle sane spinte alla ricerca di una strada alternativa attraverso l’auto-attività di ciascuno/a, oggi presenti e da far crescere. Ma su questo aspetto ci torno oltre.
Naturalmente, come ogni movimento libero e plurale che si rispetti, dobbiamo essere capaci di mettere in comune le tante esperienze e sensibilità che vogliono impegnarsi, chiarendo però d’entrata che un conto è valorizzare tutto questo, un altro è sovrapporre logiche organizzate preesistenti all’autonomia del movimento. Dobbiamo assolutamente evitare, infatti, che si introducano nel movimento quegli stessi elementi di divisione che già caratterizzano l’operato dei sindacati. Inoltre, per i motivi e le differenze che ho sopra cercato di spiegare, penso che una sovrapposizione da parte dei sindacati porterebbe a far scivolare il movimento sul terreno della “rappresentanza sindacale”. Il movimento ha bisogno invece di cercare una propria identità complessiva, recuperando forme di socialità e relazione umana che sono oggi costantemente negate.
Ambiti e ruoli diversi, dunque, quelli dei sindacati, “di base” compresi, e il movimento auto-organizzato: assolutamente da non confondere, pena il riproporsi di logiche di divisione e contrapposizione, insomma l’opposto di quanto stiamo cercando. In questo movimento c’è posto per chiunque voglia impegnarsi per sostenere l’auto-attività delle persone e far germogliare l’auto-organizzazione indipendente. L’impegno, però, non può che essere disinteressato.
Se ci crediamo, stiamo nel processo reale che si sta muovendo, senza dare lezioni, anzi apprendendo, tutti insieme, qualcosa di nuovo che può arricchirci. Decidiamo assieme ogni cosa, obiettivi, metodo, strumenti. Democraticamente, votando su tutto. Cerchiamo noi per primi di liberarci e disintossicarci dalle logiche politiche di “etichettare” e apparentare tutto ciò che si muove dal basso, fuori dai palazzi, fuori dagli apparati, grandi o piccoli che siano, in tal modo salvaguardando questa originale, sia pur iniziale, esperienza.
Per quanto mi riguarda, quindi, nessuna confusione. Sono un componente della RSU e provo a svolgere al meglio una funzione di servizio per i colleghi del mio ufficio, il dipartimento XV, consapevole anche dei profondi limiti di un ruolo sindacale sempre meno incisivo e soprattutto profondamente ingannevole per le illusioni e le spinte a delegare che ingenera nei lavoratori. Sono anche un attivista sindacale. Entrambi questi ruoli nulla hanno però a che fare con il movimento auto-organizzato che deve trovare da sé la sua strada in un processo di auto-attività e auto-trasformazione complessiva, basato sul protagonismo delle donne e degli uomini. Questa, a mio avviso, è la sola possibilità di pensare e realizzare il bene comune.
Proposte di lavoro.
Per quanto riguarda le proposte di lavoro emerse dall’assemblea, sulla base di quanto ho espresso, è evidente, sono contrario sia alla costituzione di un nuovo soggetto sindacale, sia alla confluenza in sigle esistenti. Dovremo naturalmente trovare spazi di agibilità per facilitare la partecipazione di molti, ma questo non deve farci cercare facili scorciatoie.
Sull’ipotesi di costituire una associazione dovremmo definire prima natura e obiettivi del movimento. Adesso mi sembra prematuro parlarne, prima dobbiamo conoscerci e confrontarci e aprire al maggior numero possibile di lavoratori. D’altra parte sono preoccupato per alcune ipotesi associative che hanno preso ad esempio strutture corporative e prive di idealità come l’Arvu o per ipotesi che privilegiano battaglie di tipo legale.
Non penso che abbiamo alcun bisogno di costruirci come “lobby”, cioè un’altra forma di potere fra le altre, quanto di mettere in discussione le tante logiche di potere che stanno degradando le relazioni umane facendo prevalere un autodistruttivo egoismo sociale.
Soprattutto abbiamo bisogno di definire una carta di principi e valori che possa accomunarci e aiutarci a esprimere una identità comune, condivisa. Provo a indicare alcune idee-guida:
- solidarietà e cooperazione;
- antiautoritarismo;
- auto-organizzazione e auto-attività;
- indipendenza dalle controparti;
- democrazia diretta e di base attraverso assemblee permanenti autoconvocate e portavoce da eleggere a rotazione, revocabili in ogni momento.
Su questa carta potremmo indicare qualche obiettivo di massima (senza cioè fare la “lista della spesa”)
- riconoscimento del valore del nostro lavoro in termini umani, professionali, economici;
- ruolo cosciente e attivo in relazione al servizio erogato alla città – paolo veronesi parla di “ruolo consulente” - io penso ad un ruolo attivo che ci permetta di interagire con i cittadini e allo stesso tempo mettere in discussione le politiche dell’ente sui servizi, cioè passare dall’ipotesi delle “buone pratiche amministrative” a quella di una gestione dei servizi che sia funzionale ai bisogni autentici della città attraverso forme di “socializzazione” da parte di comitati di lavoratori e cittadini ;
- tutela della salute e della sicurezza;
- riconoscimento di spazi di incontro per la socialità, la cultura, il tempo libero nei luoghi di lavoro;
- trasparenza dei processi decisionali dell’ente e dell’utilizzo delle risorse economiche;
- Ecc. ecc.ecc.
Naturalmente è indispensabile la più ampia partecipazione e condivisione del processo creativo/decisionale, non riducibile ai gruppi di lavoro che pure sarà necessario costituire. Ne abbiamo accennato e penso che un gruppo specifico dovrà occuparsi di tutto ciò che riguarda comunicazione (sito o blog, forum, stampa di un notiziario, ecc.) e risorse (cioè sapere su quali spazi, strumenti – fax, computer, ecc.- e attitudini/capacità umane possiamo contare – abbiamo già visto che qualcuno sa curare i rapporti con la stampa).
Un altro gruppo potrebbe costituirsi per elaborare una prima carta dei principi del movimento, un altro ancora per definire gli obiettivi primari e le forme (e i mezzi) di perseguimento.
Cordialmente, marco ralli