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Nuove misure sul Pubblico Impiego.

Il Governo fa dietro-front sulle odiose misure anti-assenteismo,

ma, intanto, prepara una "riforma" peggiore, e parte l'"affondo" sulle pensioni. Subito, da gennaio, aumento dell'età pensionabile per le donne.

 

Roma, 16 luglio 2009.

Con il Decreto Legislativo n. 78 del 1 luglio 2009 il Consiglio dei Ministri ha varato le cosiddette misure "anticrisi". All’art. 17 (testo consultabile con sottolineate le parti che ci interessano da vicino) si torna sulle norme di cui all’art. 71 della Legge 133/2008 riguardanti le assenze per malattia, le decurtazioni economiche e le stabilizzazioni dei precari.

 

In sintesi, con un clamoroso dietro-front (clamoroso però comprensibile se pensiamo alle tante proteste suscitate e alla montagna di ricorsi giurisdizionali per anticostituzionalità presentati in tutta Italia) il Governo stabilisce che:

 

1. la certificazione sanitaria può essere rilasciata anche da un medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale;

 

2. le fasce di reperibilità vengono ripristinate in 10-12 e 17-19, analogamente a quanto continuava ad avvenire nel settore del lavoro privato;

 

3. decade il divieto di erogare il salario legato alla contrattazione decentrata (produttività) nei primi dieci giorni di malattia;

 

4. decade il termine del 30 giugno 2009 quale termine ultimo per le stabilizzazioni che possono essere ultimate entro il triennio 2010-2012. Unico vincolo il superamento di concorsi pubblici per titoli ed esami e il rispetto dei vincoli di spesa degli enti.

 

Il netto ripensamento del Governo non deve illudere sulle reali intenzioni rispetto ai dipendenti pubblici. Questo parziale “ritorno al passato” ha una contropartita barattata in silenzio con i vertici di Cisl e Uil. Tale contropartita è il “via libera” al nuovo decreto che il Ministro Brunetta sta preparando, in attuazione della Legge Delega n. 15/2008.

Il decreto vuole modificare profondamente il Testo unico del Pubblico Impiego (D.lgs 165/2001), per superare le norme contrattuali di tutela dei diritti dei dipendenti pubblici e in direzione della privatizzazione del settore. Il decreto proporrebbe di vincolare il salario al patto di stabilità e, nella parte variabile, alla valutazione del dirigente e di soggetti esterni. La valutazione del dirigente diventerebbe il parametro principale in base a cui stabilire le progressioni orizzontali e verticali, cioè economiche e di carriera, che verrebbero sottoposte a procedure concorsuali a cui si accederebbe solo in caso di valutazione positiva del dirigente. La produttività verrebbe riservata a un numero limitato di lavoratori. Il codice disciplinare subirebbe un ulteriore inasprimento per impedire qualsiasi forma di contradditorio con il dirigente e applicare la sanzione del licenziamento anche per scarso rendimento. In pratica il restare esclusi per due anni dalla produttività generale potrebbe essere preso in considerazione per una valutazione negativa tale da predisporre la misura del licenziamento.

 

L'altro versante della "cambiale" che il Governo vuole riscuotere in cambio del dietro-front sulle misure anti-assenteismo, è l'affondo sulle pensioni. Particolarmente odiosa la misura (che recepirebbe una direttiva europea apparentemente favorevole alle donne in quanto basata sul principio di "parità" fra i generi) che vuole portare già da gennaio 2010 l'età pensionabile a 61 anni per arrivare, con aumenti di un anno ogni 24 mesi, fino ai 65 anni nel 2018. Nessuna considerazione per l'impegno superiore e considerevole normalmente svolto dalle donne sul fronte della cura e assistenza familiare, dai figli ai genitori, impegno assolutamente non riconosciuto, un lavoro durissimo e usurante rispetto al quale il welfare del nostro paese è del tutto inadeguato a fornire un supporto adeguato e che invece in altri paesi europei è più avanzato e favorevole alle donne.

Leggi l'articolo del Sole24Ore del 16 luglio sulla proposta del governo.

 

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