Home Chi siamo Menu Roma Capitale Provincia Catania
Home
Chi siamo
Menu
Roma Capitale
Provincia Catania
Contatti
 
 

 
Cassazione: controllo dei lavoratori senza l’accordo sindacale – reato penale
12/12/2016
Con sentenza n. 51897 del 6 dicembre 2016, la Sezione penale della Corte di Cassazione ha affermato che l’installazione ed il monitoraggio dell’attività dei lavoratori costituisce reato penale in caso di assenza dell’accordo sindacale o di autorizzazione degli ispettori della Direzione territoriale del Lavoro.

Il reato sussiste anche in presenza delle modifiche apportate, all’art. 4 della Legge 300/1970 , dal c.d. Jobs Act (articolo 23 del Decreto legislativo n. 151/2015).

 
 Cassazione: diritto alla retribuzione anche per le festività non lavorate

Con la sentenza n. 21209 del 19 ottobre 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che in caso di rifiuto, da parte del lavoratore, a prestare la propria attività lavorativa durante un giorno festivo, spetta, comunque, la normale retribuzione senza alcuna maggiorazione prevista in caso di lavoro (es. straordinario).

I giudici della Suprema Corte hanno evidenziato come il diritto del lavoratore ad astenersi dall’attività lavorativa in caso di festività sia pieno e generale, in quanto stabilito dalla legge, e non rilevano le ragioni che hanno determinato l’assenza di prestazione. In virtù di ciò, il trattamento economico ordinario è dovuto e non può essere negato da una disposizione di natura contrattuale.


 
 Cassazione: astensione dal lavoro qualora non vi siano le condizioni di sicurezza

Con la sentenza n. 836 del 19 gennaio 2016, la Corte di Cassazione ha ribadito che è diritto del lavoratore astenersi temporaneamente dalla propria prestazione lavorativa quando non vi siano le condizioni di tutela relative alla salute e sicurezza sul lavoro, in quanto l’ambiente lavorativo risulta oggettivamente pericoloso.

Inoltre, i giudici della Suprema Corte hanno affermato la garanzia, in capo al lavoratore, della retribuzione anche relativamente al periodo di “non lavoro” dovuto proprio alla sospensione dell’attività lavorativa per i motivi suindicati, in quanto il rifiuto del lavoratore, nel caso specifico, non può costituire un inadempimento contrattuale, in quanto determinato da un inadempimento del datore di lavoro agli obblighi di sicurezza previsti dall’art. 2087 c.c.


 
Consulta: permessi Legge 104 – possibilità di fruizione anche per i conviventi
Pubblicato il 23 Set 2016

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 213 depositata il 23 settembre 2016, ha riconosciuto la illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), come modificato dall’art. 24, comma 1, lettera a), della legge 4 novembre 2010, n. 183, per violazione degli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado.
Il Tribunale a quo rileva che il mutato quadro normativo e il numero crescente di interventi legislativi e giurisprudenziali (da ultimo, Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 22 gennaio 2014, n. 1277) hanno attribuito sempre maggiore rilevanza alla famiglia di fatto.
Inoltre, la legge n. 104 del 1992, significativamente rubricata «Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate», nel rafforzare gli strumenti volti a sostenere il disabile e il suo nucleo familiare, ha attribuito alla famiglia un ruolo essenziale nei confronti della persona con handicap grave, garantendo una molteplicità di funzioni (assistenza, affetto e solidarietà) altrimenti difficilmente attuabili nella loro pienezza ed effettività.
Sempre secondo il Tribunale di merito, dal tenore letterale dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992, il concetto di famiglia preso in considerazione dalla norma non sia quello di famiglia nucleare tutelata dall’art. 29 Cost. quanto quello di famiglia estesa nella quale sono ricompresi i parenti e gli affini sino al terzo grado, anche se non conviventi con l’assistito.
La famiglia che viene in rilievo nell’art. 33 è dunque quella intesa come «formazione sociale» ai sensi dell’art. 2 Cost., strumento di attuazione e garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo e luogo deputato all’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Da questa premessa il giudice a quo desume «una discrasia tra la norma in parola, nella parte in cui non attribuisce alcun diritto di assistenza al convivente more uxorio, e i principi sanciti a più riprese dalla giurisprudenza nazionale (tanto costituzionale che di legittimità) e sovranazionale in punto di tutela della famiglia di fatto retta dalla convivenza more uxorio e dei diritti e doveri connessi all’appartenenza a tale formazione sociale».
Avuto riguardo al richiamato quadro legislativo e giurisprudenziale sulla cosiddetta famiglia di fatto, ad avviso del rimettente, l’art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, nell’escludere dal novero dei possibili beneficiari dei permessi retribuiti il convivente more uxorio, violerebbe l’art. 2 Cost., non consentendo alla persona affetta da handicap grave di beneficiare della piena ed effettiva assistenza nell’ambito di una formazione sociale che la stessa ha contribuito a creare e che è sede di svolgimento della propria personalità.
La norma in oggetto contrasterebbe anche con l’art. 3 Cost. stante la irragionevole disparità di trattamento, in punto di assistenza da prestarsi attraverso i permessi retribuiti, tra il portatore di handicap inserito in una stabile famiglia di fatto e il soggetto in identiche condizioni facente parte di una famiglia fondata sul matrimonio, diversità che non trova ragione – secondo il Tribunale a quo – nella ratio della norma che è quella di garantire, attraverso la previsione delle agevolazioni, la tutela della salute psico-fisica della persona affetta da handicap grave (art. 32 Cost.), nonché la tutela della dignità umana e quindi dei diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 Cost., beni primari non collegabili geneticamente ad un preesistente rapporto di matrimonio ovvero di parentela o affinità.
Alla luce delle premesse, se tale è la ratio legis della norma in esame, è irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità.
D’altra parte, ove così non fosse, il diritto – costituzionalmente presidiato – del portatore di handicap di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunità di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato “normativo” rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio.
La norma in questione, nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, vìola, quindi, gli invocati parametri costituzionali, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione.
La Corte aveva già affermato espressamente che l’art. 2 Cost. è riferibile altresì «alle convivenze di fatto, purché caratterizzate da un grado accertato di stabilità» (sentenza n. 237 del 1986).
 Fonte: Corte Costituzionale

 
Cassazione: risarcimento per superamento limite dei 36 mesi con contratto a termine nella P.A.
CorteSupremaCassazioneCon sentenza n. 16226 del 3 agosto 2016, la Cassazione ha affermato che il superamento del limite massimo di 36 mesi raggiunto anche con piu' contratti a tempo determinato con la Pubblica Amministrazione, non puo' portare alla trasformazione del rapporto ma soltanto al riconoscimento di una indennita' risarcitoria compresa tra 2,5 e 12 mensilita' calcolate sulla ultima retribuzione globale di fatto, stante la previsione dello art. 97 della Costituzione.

 
 Cassazione: licenziamento pubblici dipendenti – applicazione art. 18 L. 300/70
Con sentenza n. 11868 del 9 giugno 2016, la Corte di Cassazione ha evidenziato come, per quanto riguarda i licenziamenti nel pubblico impiego, si debbano applicare le regole dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e non la legge Fornero (Legge n. 92/2012).

I giudici della Suprema Corte hanno sottolineato come, fin tanto non vi sarà un intervento normativo di armonizzazione tra le due normative, non possono estendersi ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni le modifiche apportate dalla Riforma Fornero all’articolo 18 della legge 300/1970, “con la conseguenza che la tutela da riconoscere a detti dipendenti in caso di licenziamento illegittimo resta quella assicurata dalla previgente formulazione della norma”.


 
Cassazione: infortunio “in itinere” avvenuto in bicicletta
Con sentenza n. 7313 del 13 aprile 2016 la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini della valutazione dell’uso della bicicletta per la percorrenza dell’itinerario tra il posto di lavoro e la residenza, occorre considerare non soltanto la distanza ma anche gli standard comportamentali esistenti, tra i quali quello di favorire l’uso di questo mezzo anche alla luce dell’entrata in vigore dal 2 febbraio 2016 della legge n. 221/2015 (c.d. collegato ambientale), del quale è necessario tenere conto in via interpretativa, seppur successiva all’infortunio.
 
  
Cassazione: responsabilità del datore di lavoro per gli infortuni
Con sentenza n. 46979 del 26 novembre 2015, la Corte di Cassazione penale ha affermato che ai fini della responsabilità per gli infortuni sul lavoro e’ sufficiente che l’infortunio si sia verificato per inadempienze verso disposizioni sancite all’interno del codice civile e non per violazione di norme specifiche.
 
  
Consiglio di Stato: l’indennità di accompagnamento disabili non rientra nell’ISEE
In data 29 febbraio 2016, con tre sentenze della Quarta Sezione, il Consiglio di Stato ha affermato che non possono essere considerate reddito ai fini del calcolo ISEE le indennità di accompagnamento per i soggetti disabili.
In particolare, i magistrati del Consiglio di Stato hanno sostenuto che “l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una “migliore” situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa. Pertanto, la «capacità selettiva» dell’ISEE, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerali per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile.”.
 

Consulta: incarichi a dipendenti pubblici e comunicazione dei compensi
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 98/2015 del 5 giugno 2015, è intervenuta sulla disposizione contenuta nell’art. 53, comma 15, del Decreto Legislativo n. 165/2001, secondo la quale in caso di mancata autorizzazione allo svolgimento di un incarico esterno (gli articoli ed i convegni o seminari non vanno autorizzati ma soltanto comunicati dagli interessati) o di mancata comunicazione del compenso, il lavoratore pubblico interessato non è più tenuto a restituire il doppio di quanto percepito. La norma cassata riguarda soltanto l’ipotesi della mancata comunicazione.
La Consulta ha cancellato la disposizione rilevando sia un eccesso di delega che una profonda irragionevolezza, atteso che la comunicazione è soltanto strumentale rispetto al funzionamento dell’anagrafe tributaria.
 

Site Map